Don Chisciotte, il ritratto di un attale e le sfide di un set “fisico e lunare”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Alessio Boni, che ora veste i panni del celebre cavaliere della Mancia nel film diretto da Fabio Segatori (in sala dal 26 marzo), ha ripercorso le tappe di un’interpretazione che affonda le radici in un passato fatto di lavori umili e in una lezione di altruismo ricevuta in famiglia. Raccontando al quotidiano La Repubblica le difficoltà delle riprese, l’attore ha rivelato come l’approccio al personaggio sia stato tutt’altro che agevole: «Non avevo il camper o il comfort minimo a cui un attore è abituato», ha spiegato, descrivendo un set immerso nei calanchi lucani. Muoversi in quei paesaggi, secondo la sua testimonianza, significava fare «un cinema fisico, duro, quasi lunare», dove persino il trucco – curato da Fiorenza, che prendeva la sabbia con le mani per gettarla addosso all’attore – contribuiva a restituire l’idea di un Corpo «consumato dal cammino, dal sole, dalle avventure».

L’eredità di una madre “chisciottesca” e i lavori prima della fama

Il legame tra l’interprete e il personaggio di Cervantes, in questo caso, si è rivelato più profondo di una semplice scelta di casting. Boni ha raccontato di aver scoperto solo anni dopo l’esistenza di una figura “chisciottesca” nella sua vita privata: sua madre. L’attore ha ricordato come, pur non essendo una donna ricca (il padre posava piastrelle), lei si offrisse in silenzio di coprire le spese per le gite scolastiche dei bambini che non potevano permettersele, rivolgendosi direttamente alla preside senza farlo sapere a nessuno. Guardandosi indietro, Boni ha ammesso di essere nato in un piccolo paese «con due persone che si amavano e che mi hanno trasmesso fiducia nell’essere umano», un retroterra che lo ha portato a svolgere i mestieri più disparati prima della consacrazione – poliziotto, babysitter, cameriere – fino all’incontro decisivo con La gatta Cenerentola di Roberto De Simone.

Un’opera girata tra i paesaggi del Sud e la genesi messinese

Il film, che arriva nelle sale italiane a partire dal 26 marzo, è stato realizzato attraversando luoghi che diventano essi stessi protagonisti della narrazione. Le riprese, iniziate a maggio del 2024, hanno interessato principalmente l’Alto Ionio, spaziando tra Basilicata (con set a Pisticci, Montalbano Jonico e Craco) e Calabria, dove la troupe ha utilizzato castelli medievali come quelli di Oriolo, Rocca Imperiale e Roseto Capo Spulico, oltre a palazzi storici e le spiagge della costa. A fare da prologo e da epilogo alla vicenda, invece, è la città di Messina: qui è stata girata la sequenza iniziale ambientata nel 1571, che vede un giovane Miguel de Cervantes ferito nella battaglia di Lepanto e ricoverato in un ospedale. Per queste riprese, la produzione ha potuto contare sulla collaborazione del produttore messinese Gigi Spedale e ha riaperto luoghi storici come Forte Gonzaga, mentre le scene hanno visto anche la partecipazione di attori del territorio.

La scommessa visionaria e la fisicità del racconto

In un’epoca dominata dalle immagini artificiali, la trasposizione di Fabio Segatori ha puntato su una materialità quasi artigianale. Lo conferma la realizzazione di un mulino a vento funzionante alto 12 metri, costruito appositamente per le riprese, su cui Alessio Boni è stato letteralmente issato per il celebre combattimento contro i giganti (o il mago Freston, a seconda della lettura). L’opera, presentata in concorso alla 17ª edizione del Bif&st di Bari, si avvale di un cast che include Fiorenzo Mattu nei panni di Sancio Panza, affiancato da Angela Molina, Marcello Fonte e Galatea Ranzi. La sceneggiatura, che intreccia la figura dell’autore ferito con la nascita del cavaliere errante, esplora il tema dell’idealismo in un mondo cinico: una lettura che Segatori stesso ha riassunto chiedendosi chi non si sia mai sentito «uno sciocco idealista in un mondo governato dall’avidità e dalla sopraffazione».

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