"Adolescence", la serie che nasce dalle paure di genitori e autori
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Stephen Graham, tra i creatori della miniserie Adolescence, non nasconde l’origine del progetto: «Siamo padri anche noi, e i nostri timori per i figli hanno ispirato questa storia». Il tema, d’altronde, è più che mai urgente. Mentre in Italia si susseguono i casi di femminicidi commessi da ragazzi respinti, la fiction britannica – diventata in poche settimane un fenomeno globale – prova a interrogarsi su come educare gli adolescenti al rispetto delle donne.
Girata a Pontefract, la città dove è ambientata, la serie in quattro episodi ha superato i 96,7 milioni di visualizzazioni in 17 giorni, entrando nella Top 10 dei titoli in lingua inglese più visti di sempre su Netflix. Un successo che non stupisce, visto il coraggio con cui affronta temi scomodi. La trama si apre con un’irruzione della polizia in casa Miller, all’alba, per arrestare Jamey, tredicenne dall’aria innocente. «Non ha fatto niente», protestano i genitori, disorientati. Quella che segue è un’indagine serrata, che svela gradualmente il lato oscuro di un adolescente apparentemente normale.
Nonostante il primato nelle classifiche di 71 paesi, Adolescence è stata recentemente superata da un’altra produzione. Ma il dibattito che ha acceso resta vivo. Senza moralismi, la serie mostra come il male possa annidarsi nella banalità del quotidiano, sollevando domande su quali strumenti dare ai giovani per riconoscerlo e combatterlo. Le location, scelte per ricreare un’atmosfera claustrofobica, contribuiscono a rendere la storia ancora più cruda e realistica.




