"Adolescence", la serie che racconta le paure dei padri e il male banale dei ragazzi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Quando Stephen Graham e i suoi colleghi hanno iniziato a lavorare a Adolescence, la miniserie britannica ora in vetta alle classifiche di Netflix, lo hanno fatto spinti da un timore concreto: quello di padri che, osservando i propri figli crescere, si interrogano su come educarli a non diventare ciò che più temono. Con oltre 96 milioni di visualizzazioni in poco più di due settimane, la serie – ambientata a Pontefract, tra case ordinate e strade che sembrano nascondere una quiete solo apparente – ha colpito perché affronta senza filtri un tema scomodo: la violenza giovanile, quella che emerge quando il rifiuto si trasforma in rancore e il rancore in tragedia.

La trama si apre con un’irruzione della polizia in casa dei Miller, dove Jamie, tredicenne dall’aspetto innocuo, viene arrestato con l’accusa di un atto brutale. I genitori, sconvolti, ripetono che il figlio «non avrebbe mai potuto fare una cosa simile», mentre lo spettatore è trascinato in un racconto che scava nel rapporto tra genitori e figli, tra ciò che si vede e ciò che invece sfugge. Non è un caso che gli autori abbiano scelto di ambientare la storia in una piccola città: quel microcosmo dove tutti credono di conoscersi, e dove invece il male può annidarsi dietro l’apparenza della normalità.

Quello che Adolescence racconta non è solo la storia di un crimine, ma il fallimento di un’educazione. I dialoghi serrati, le pause cariche di tensione, perfino i silenzi tra padre e figlio rivelano quanto sia difficile insegnare il rispetto quando il mondo fuori propone modelli distorti. E mentre la serie evita di cadere nella retorica, mostrando invece la banalità con cui certe dinamiche si innescano, diventa chiaro che il vero nodo non è solo capire «cosa è successo», ma «come è potuto succedere».

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