Femminicidio Pamela Genini, il codice rosso che non scattò nonostante le sue paure

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Trenta coltellate, di cui almeno tre letali, conficcate con methodica ferocia nella zona del torace, mentre altre, all’altezza del collo, attendono ancora un esame definitivo per stabilire l’esatto contributo alla fine. Questa è la traiettoria di una furia omicida che si è abbattuta su Pamela Genini, stroncandola nella sua casa di Milano per mano di Gianluca Soncin, il quale, dopo averne stravolto l’esistenza, ne ha spezzato il corpo. «Faccio fatica a parlare, però vi dico che per tutto quello che ha fatto quel mostro a mia figlia deve pagare, ma pagare. L’ha fatta soffrire tanto», riesce a dire sua madre, la cui voce, spezzata dal dolore, tratteggia un lutto che le parole faticano a contenere.

Il referto che non cambiò il destino

Quel che emerge con drammatica evidenza, mentre la macchina della giustizia inizia il suo corso, è un intreccio di occasioni mancate e di allarmi rimasti inascoltati. Già un anno prima che la sua vita venisse brutalmente recisa, infatti, Pamela Genini aveva messo nero su bianco la paura di essere uccisa dallo stesso uomo che poi avrebbe materializzato quel terrore. Nel settembre del 2024, la giovane si presentò al pronto soccorso di Seriate con un dito fratturato e numerosi graffi sugli arti, raccontando ai sanitari di essere stata gettata a terra, presa a calci e pugni e colpita da oggetti lanciati contro di lei da Gianluca Soncin.

Il questionario e le risposte che non innescarono il protocollo

In quell’occasione, come previsto dalle procedure per i casi di violenza, le fu sottoposto un test di valutazione del rischio, al quale rispose affermativamente a quattro domande su cinque, un punteggio che, di per sé, avrebbe dovuto suonare come un campanello d’allarme di altissima intensità. Tra le domande a cui rispose di sì, ve n’era una, fondamentale, che esprimeva il timore concreto di perdere la vita per mano del proprio aggressore. Nonostante l’evidenza di quel referto, che pure fu trasmesso ai carabinieri, il protocollo di protezione noto come “codice rosso” non venne attivato, lasciando così Pamela senza quella rete di tutela che forse avrebbe potuto interporsi tra lei e il suo destino.

Le indagini sulla mancata attivazione delle tutele

Ora la procura, nel solco delle indagini sul femminicidio, sta esaminando con scrupolo quel precedente episodio di violenza e maltrattamenti, accertando le dinamiche e le responsabilità che portarono a ignorare un allarme così palese. Quel che è certo è che, nonostante la giovane avesse formalmente denunciato le aggressioni e avesse segnalato, attraverso un documento ufficiale, il pericolo estremo che correva, nessuna delle procedure previste per proteggere le vittime di violenza domestica si mise in moto, vanificando la sua richiesta d’aiuto e consegnandola, inconsapevolmente, a un fato già segnato.

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