Elezioni in Cisgiordania, Fatah in vantaggio ma a Gaza il segnale è un’astensione di massa
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Redazione Esteri
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Lo spoglio dei voti per le elezioni comunali, tenutesi il 25 aprile in Cisgiordania e nella città di Deir al-Balah, nella Striscia centrale di Gaza, consegna un quadro politico complesso e per certi versi contraddittorio. Se da un lato il partito Fatah, che guida l’Autorità Nazionale Palestinese, può rivendicare una “vittoria schiacciante” nei territori della Cisgiordania – grazie a una larga intesa che le ha permesso di formare da sola 197 consigli locali e di vincere in roccaforti strategiche come Hebron, Tulkarm e Jenin – dall’altro lato il dato più rilevante arriva proprio dalla Striscia. Nella prima tornata elettorale che si tiene a Gaza dopo vent’anni, l’affluenza alle urne non ha superato il 23 per cento degli aventi diritto, un dato che secondo gli analisti ridimensiona fortemente la portata democratica dell’evento, nonostante l’indubbio valore simbolico della consultazione.
Il peso dell’astensionismo e il "simbolo" di Deir al-Balah
L’appuntamento di sabato, che ha messo in movimento circa 1,3 milioni di palestinesi tra i due territori, era stato accolto dall’esecutivo di Ramallah come un banco di prova cruciale per la tenuta delle istituzioni, specialmente in un contesto segnato dall’assedio e dalle macerie del conflitto. Tuttavia, i numeri forniti dalla Commissione elettorale centrale con sede a Ramallah dipingono una realtà più sfumata: se in Cisgiordania il 56 per cento degli aventi diritto si è recato ai seggi, nella martoriata Deir al-Balah – dove i 70mila iscritti hanno potuto votare per la prima volta dopo la presa del potere di Hamas nel 2006 – solo un elettore su quattro ha effettivamente partecipato. Questo dato, che la stessa Commissione ha definito "deludente ma prevedibile" a causa delle difficoltà logistiche e degli aggiornamenti mancati delle liste elettorali, rivela una profonda sfiducia popolare verso il processo democratico, riducendo di fatto la consultazione a una mera esercitizio simbolico più che a un reale passaggio di sovranità.
L’analisi del portavoce e le lealtà divise nella Striscia
Nonostante la leadership del Fatah abbia parlato di successo generalizzato, la fotografia scattata a Gaza racconta una competizione molto più equilibrata e combattuta di quanto dichiarato ufficialmente. Samer Sinijlawi, portavoce della lista "Deir El-Balah ci unisce" – schieratasi contro l’apparato tradizionale – ha fornito all’agenzia Ansa un controcanto significativo: Stando alle sue dichiarazioni, nel consiglio locale della città di Gaza le liste affiliate all’Autorità Palestinese hanno ottenuto solo otto seggi, contro i sette conquistati dalle liste di opposizione vicine al movimento guidato da Mohammad Dahlan, mentre le liste vicine ad Hamas – che ha ufficialmente boicottato la tornata – si sono fermate a due seggi. Questo risultato, che di fatto impedisce una maggioranza assoluta schiacciante per i lealisti di Abu Mazen, dimostra come nella Striscia siano ancora vive e combattive quelle fratture interne nate dopo la rottura del 2007, nonostante i tentativi di ricucitura propagandistica messi in atto dall’Autorità Nazionale.
Omicidi nel giorno dello spoglio e la paralisi della sicurezza
Mentre i presidenti di seggio procedevano al conteggio delle schede, l’area di Gaza City e Khan Younis è stata nuovamente scossa da raid militari israeliani, un’escalation che ha gettato un’ombra ulteriore sul clima politico. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa palestinese Wafa, un attacco condotto con droni in mattinata ha preso di mira quella che le fonti definiscono come "un gruppo di civili" nell’area sud-orientale della città, causando la morte di due uomini; a questi si è aggiunta poco dopo la morte di una donna, colpita a morte dall’esercito nei pressi di Khan Younis. Pur senza entrare nei dettagli cruenti dell’accaduto, è evidente come la prosecuzione delle operazioni militari e la cronica instabilità interna rendano illusoria qualsiasi velleità di normalizzazione democratica, intrappolando i palestinesi tra la morsa dell’occupazione e la paralisi delle loro istituzioni. L’intero sforzo organizzativo della CEC, che denuncia anche le restrizioni israeliane all’ingresso del materiale elettorale, si scontra infatti con una realtà fatta di violenza quotidiana e assenza di prospettive politiche concrete per le nuove generazioni.




