A Gaza il voto (parziale) dopo 20 anni, ma l’affluenza resta al palo. E intanto i raid israeliani non si fermano
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Redazione Esteri
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Deir al-Balah, una delle poche aree della Striscia ad aver subito danni relativamente contenuti durante gli ultimi due anni di conflitto – soprattutto se paragonata alla completa devastazione di quartieri come Shujaiya o Jabalia – è diventata il teatro simbolico di un esperimento politico molto atteso. Circa 70mila palestinesi, infatti, sono stati chiamati alle urne per quella che, a conti fatti, rimane la prima tornata elettorale nella Striscia di Gaza dopo ben due decenni. L’ultima volta che si era votato era il 2006, un’era politica completamente diversa contraddistinta dalla successiva presa del potere di Hamas che, di fatto, aveva interrotto ogni altra consultazione popolare su larga scala. Seppur limitata a un solo comune, l’amministrativa di sabato 25 aprile riveste un grande valore proprio per questo ritorno alla norma democratica, sebbene le cifre raccontino una partecipazione tutt’altro che entusiasta. Stando ai dati diffusi dalla Commissione elettorale centrale (CEC) con sede a Ramallah, su 70mila aventi diritto a Deir al-Balah si è registrato soltanto un misero 23% di votanti.
Uno scrutinio a due velocità tra Gaza e Cisgiordania
Mentre nella Striscia centrale il dato rimaneva fermo, diversa è stata la musica in Cisgiordania, dove il tasso di partecipazione ha sfiorato il 56%. Qui circa 1,3 milioni di palestinesi erano tecnicamente chiamati a scegliere i rappresentanti di 183 consigli locali, in una tornata che ha visto Fatah rivendicare sin da subito una “vittoria schiacciante”. La lista ‘Resilienza e Generosità’, affiliata al partito di Abu Mazen, ha dominato in molti dei grandi centri, come Hebron, Tulkarem o Jenin – città quest’ultima dove l’Autorità Palestinese era stata accusata in passato di aver ceduto il controllo a fazioni armate della Jihad Islamica. A Deir al-Balah, tuttavia, la fotografia è molto più frammentata: secondo fonti raccolte dall’ANSA, il successo di Fatah si è rivelato piuttosto misurato, con due liste collegate all’Autorità Palestinese che si sono aggiudicate 8 seggi contro i 7 ottenuti da due liste di opposizione. Queste ultime, secondo gli osservatori, sarebbero vicine a Mohammad Dahlan, acerrimo rivale di Abu Mazen attualmente in esilio negli Emirati Arabi Uniti.
Raffiche di droni e spari nel giorno dello spoglio
Nonostante la tregua in vigore dall’ottobre 2025, l’esercito israeliano ha continuato a condurre operazioni letali nella Striscia proprio mentre procedeva lo scrutinio. L’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riferito che due uomini sono rimasti uccisi in un raid con droni condotto dall’Idf a sud-est di Gaza City, precisamente nel quartiere di Al-Zaytoun. I corpi di Mohammad Riyad Al-Ashqar e Mohammad Ziad Al-Ashqar, quest’ultimo colpito nei pressi della rotatoria del Kuwait, sono stati trasferiti all’ospedale Al-Shifa. In un episodio separato avvenuto nell’area di Khan Younis, una donna è stata colpita a morte dagli spari dei militari israeliani, portando a tre il computo totale delle vittime della giornata. Le autorità locali parlano di un attacco che ha preso di mira “un gruppo di civili”, in quella che ormai è una consuetudine quotidiana nonostante il cessate il fuoco formale.
Il paradosso di Hamas e le trattative esterne
Assente ingiustificato da questa competizione – se si esclude il boicottaggio formale – è stato proprio Hamas. Il movimento che governa la Striscia dal 2007 ha deciso di non presentare liste ufficiali né di ostacolare il voto a Deir al-Balah, lasciando campo libero alle liste civiche e a quelle legate a Dahlan. Un silenzio, quello del partito islamico, che stride con l’attivismo diplomatico mostrato dai propri alleati sul fronte esterno. Mentre i palestinesi tentavano di organizzare la propria governance locale, la diplomazia regionale tentava di gestire le conseguenze della guerra aperta tra Usa, Israele e Iran. A tal proposito, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si trovava in visita ufficiale in Oman: una missione descritta dal portavoce Esmaeil Baqaei come fondamentale per “rafforzare la fiducia reciproca e la cooperazione costruttiva” con gli Stati del Golfo.




