Termoli, lo stabilimento Stellantis tra tagli e incertezze: solo i cambi automatici danno speranza
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Redazione Economia
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Quello che negli anni ’80 era un modello di produzione innovativa, lo stabilimento Stellantis di Termoli oggi naviga in acque agitate, tra progetti accantonati e ridimensionamenti che lasciano poco spazio all’ottimismo. La fine della produzione dei motori Fire, insieme al congelamento della gigafactory – giustificato dal presidente John Elkann con i costi energetici troppo elevati in Italia – ha trasformato il sito in un simbolo delle difficoltà dell’industria automobilistica nazionale. L’unico dato certo, per ora, è l’avvio nel 2026 della produzione di cambi automatici a doppia frizione per veicoli ibridi, un’operazione che però non basta a compensare le perdite.
I sindacati, dopo l’annuncio di duecento licenziamenti volontari, hanno chiesto un nuovo incontro d’emergenza con il governo, denunciando quello che definiscono un "progressivo disimpegno" della multinazionale. La situazione ricorda da vicino le tensioni di altri stabilimenti, come quello di Melfi, dove vent’anni fa gli scioperi portarono alla ribalta le battaglie contro le gabbie salariali e le deroghe al lavoro notturno femminile. Giorgia Calamita, segretaria della Fiom Cgil Basilicata, ha ribadito la necessità di "azioni di lotta" per difendere non solo i diritti dei lavoratori, ma l’intero indotto.
Intanto, le scelte di Stellantis sembrano andare in direzione opposta rispetto alle attese. Mentre Elkann annuncia investimenti in Serbia e Exor – la holding di famiglia – monetizza nel settore militare con Iveco, in Italia si moltiplicano i tagli: dopo Pomigliano e Pratola Serra, Termoli è l’ultima tappa di un percorso che ridisegna la mappa produttiva del gruppo. La concorrenza cinese, i dazi statunitensi e la transizione verso l’elettrico hanno creato una tempesta perfetta, di cui lo stabilimento molisano subisce le conseguenze senza avere, al momento, alternative concrete.




