Mostro di Modena, il Dna sui reperti per riaprire i cold case: otto vittime senza colpevole
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Redazione Interno
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Una scia di sangue lunga oltre un decennio, una serie di omicidi rimasti senza risposta e il nome di un assassino che forse non è mai esistito se non nella fantasia delle cronache. A distanza di quarant'anni dai primi delitti, la Procura di Modena si appresta a riaprire ufficialmente le indagini sul cosiddetto Mostro di Modena, il serial killer che tra il 1985 e il 1995 avrebbe ucciso almeno otto giovani donne, tutte tossicodipendenti o dedite alla prostituzione.
Le speranze di fare luce su uno dei cold case più controversi d'Italia sono oggi affidate alle nuove tecnologie scientifiche e, in particolare, all'analisi del Dna su reperti custoditi per decenni negli archivi dell'Istituto di Medicina Legale e mai esaminati con gli strumenti oggi disponibili.
La richiesta di giustizia delle famiglie
L'impulso decisivo per la riapertura delle indagini è arrivato dai familiari delle vittime, che non hanno mai smesso di cercare verità e giustizia. A muovere i primi passi è stata la famiglia di Anna Maria Palermo, la ventenne uccisa a coltellate il 26 gennaio 1994 e il cui corpo fu rinvenuto in un canale a Corlo di Formigine. L'avvocata Barbara Iannuccelli, che ha ricevuto il mandato dalla famiglia Palermo, ha presentato un'istanza alla Procura di Modena chiedendo di sottoporre a nuovi esami i reperti conservati presso la Medicina Legale.
Nel giro di poche settimane, la richiesta ha trovato l'adesione di altri quattro nuclei familiari: i parenti di Marina Balboni, Giovanna Marchetti, Donatella Guerra e Claudia Santachiara hanno infatti conferito allo stesso legale l'incarico di procedere, portando a cinque il numero delle famiglie che chiedono di riaprire il caso.
I reperti che possono cambiare la storia
Il cuore della nuova strategia investigativa risiede nella possibilità di estrarre profili genetici da materiali organici repertati sulle scene del crimine e mai analizzati a causa dei limiti tecnici dell'epoca. Tra questi, spicca il caso di Claudia Santachiara, trovata morta strangolata il 30 maggio 1989 in un canale a Campogalliano: secondo quanto emerso dagli atti, la vittima stringeva tra le mani tre capelli che il medico legale si limitò a descrivere senza poterli sottoporre ad alcun esame.
Oggi, grazie alle moderne tecniche di estrazione del DNA, quei capelli potrebbero rivelare l'identità del suo assassino o, quanto meno, di chi l'ha incontrata nelle ultime ore di vita. Analoghe speranze sono riposte in altri oggetti repertati, come il sasso utilizzato per uccidere Annamaria Palermo o un fazzoletto con tracce ematiche, che le tecnologie attuali potrebbero finalmente trasformare in prove decisive.
Le dieci vittime e il filo del sospetto
La scia di sangue che ha sconvolto la provincia modenese si estende per oltre un decennio e conta almeno otto vittime accertate, anche se alcune fonti menzionano due ulteriori casi sospetti risalenti al 1983. La prima vittima del cosiddetto Mostro di Modena fu Giovanna Marchetti, il cui corpo venne rinvenuto il 21 agosto 1985 a Baggiovara con il cranio sfondato da un blocco di cemento.
A lei seguirono Donatella Guerra, uccisa con un punteruolo nel settembre 1987 e trovata nei pressi dei laghetti di Sant'Anna; Marina Balboni, strangolata con una sciarpa e ritrovata a Carpi nel novembre dello stesso anno; e poi ancora Claudia Santachiara, Fabrizia Zuccarini, Anna Abruzzese, Annamaria Palermo e Monica Abate, uccisa il 3 gennaio 1995 nella sua abitazione in centro a Modena.
Le vittime erano accomunate da una condizione di fragilità e marginalità sociale: erano tutte giovani donne con problemi di tossicodipendenza che si prostituivano, e questo elemento, all'epoca, aveva forse finito per condizionare l'approccio investigativo.
La pista del serial killer e le nuove ipotesi
Fin dai primi anni, le indagini furono orientate dall'ipotesi che dietro gli omicidi potesse celarsi un unico assassino, un serial killer che agiva con modalità in parte simili e che le cronache dell'epoca ribattezzarono Mostro di Modena. Le vittime, come detto, frequentavano gli stessi ambienti e si rifornivano di droga dagli stessi canali, e i loro corpi venivano spesso ritrovati in fossati o canali della zona nord della città. Tuttavia, nonostante gli sforzi investigativi, la pista del serial killer non portò mai a un arresto e tutte le inchieste furono archiviate.
In passato, il caso venne riaperto dal procuratore capo Giovagnoli, ma l'indagine fu nuovamente chiusa per mancanza di elementi utili. Oggi, l'avvocata Iannuccelli avanza un'ipotesi che potrebbe rivoluzionare l'intera vicenda: la convinzione che si trattasse di un unico assassino potrebbe aver annacquato le indagini, distogliendo l'attenzione da singoli responsabili per ciascun delitto.
La procura ha dato mandato alla Squadra mobile di analizzare tutti i fascicoli dell'epoca per individuare eventuali elementi mai approfonditi, mentre i carabinieri hanno già effettuato un sopralluogo alla Medicina Legale per recuperare i reperti.
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