L’ombra lunga dello shock energetico: Panetta avverte sui rischi per la stabilità e l’Italia dimezza la crescita
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il conflitto in corso, estendendosi ormai ai paesi del Golfo, ha innescato quella che il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, non esita a definire come un’interruzione senza precedenti nelle catene di fornitura globale. L’azzeramento pressoché totale del traffico navale nello Stretto di Hormuz, una delle arterie fondamentali per il trasporto degli idrocarburi, ha costretto diverse nazioni produttrici a sospendere l’estrazione, generando effetti immediati che rischiano di diventare cronici. Panetta, intervenendo alla sedicesima Conferenza MAECI-Banca d’Italia, ha voluto sottolineare un concetto chiave spesso trascurato dal dibattito pubblico: anche ipotizzando una rapida cessazione delle ostilità, magari già entro il prossimo mese, il ritorno alla normalità produttiva sarebbe inevitabilmente lento. Non si tratta solo di firmare un trattato di pace, spiega il governatore, ma di ricostruire una filiera energetica e una capacità estrattiva che richiedono tempi tecnici lunghi, aggravati da strozzature nell’offerta di prodotti raffinati, essenziali tanto per l’industria quanto per l’agricoltura.
Il pericolo silenzioso nascosto nei bilanci e nella finanza non bancaria
Tuttavia, non è solo il costo delle materie prime a tenere svegli gli economisti. Panetta ha lanciato un avvertimento preciso riguardo le “ripercussioni sulla stabilità finanziaria”, un rischio che definisce concreto in un contesto di volatilità estrema. In presenza di un simile livello di incertezza, le fragilità preesistenti – che il governatore identifica nei debiti pubblici ancora elevati di molte economie – si trasformano in pericolosi amplificatori degli shock. La fuga verso asset ritenuti più sicuri, testimoniata dall’apprezzamento del dollaro e dalle pressioni sui tassi a lungo termine, è un segnale che non può essere ignorato. Un’area di specifica attenzione, per chi scrive, riguarda l’intermediazione finanziaria non bancaria: quel settore cresciuto rapidamente negli ultimi anni, i cui livelli di leva finanziaria e di liquidità potrebbero rivelarsi drammaticamente inadeguati proprio nella fase acuta della tensione. Sebbene il miglioramento percepito delle finanze pubbliche italiane stia offrendo uno scudo relativo – e Panetta ha ammesso che l’impatto sarebbe stato molto più rilevante con i conti di qualche anno fa – la situazione resta estremamente fluida.
La doccia fredda di S&P: una crescita dimezzata per l’Italia
A corroborare questo scenario cupo ci hanno pensato le nuove stime dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, pubblicate nel consueto Global Economic Outlook. Il verdetto per l’economia italiana è severo: la crescita del Prodotto Interno Lordo per il 2026 è stata letteralmente dimezzata, passando dal 0,8% previsto a inizio anno allo 0,4% attuale. Un taglio secco che colloca l’Italia tra i paesi europei più esposti alla tempesta perfetta generata dal conflitto mediorientale. Il dato, che neutralizza un quadro macroeconomico precedentemente ritenuto complessivamente favorevole, è il riflesso matematico di uno shock dell’offerta energetica che S&P definisce senza mezzi termini come il più ampio mai registrato. L’agenzia, nel suo scenario di base che presuppone una conclusione formale del conflitto entro aprile, ha dovuto rivedere al ribasso anche le performance degli altri grandi partner europei, sebbene con intensità minori.
Le ripercussioni su un’Europa che frena e le variabili tedesca e francese
Se il cuore dell’area euro, guardando alla Germania, sembra reggere grazie a previsti stimoli fiscali interni che mantengono la crescita attesa allo 0,8%, il dato italiano preoccupa particolarmente gli analisti. La revisione al ribasso non risparmia neppure la Gran Bretagna, scesa da 1,4% a 1%, né l’insieme dell’area euro che si fermerebbe ora a una crescita dell’1%, perdendo due decimali rispetto alle scorse rilevazioni. In questo contesto di generale contrazione, la Francia si attesta su un +1,9%, confermandosi un motore relativamente più stabile, ma i numeri diffusi da S&P raccontano di un continente intero che ha dovuto inrare un’inflazione sensibilmente più elevata e un conseguente cambio di rotta nella politica monetaria. Non siamo di fronte a una semplice battuta d’arresto, suggeriscono i dati, quanto piuttosto a una ricalibrazione strutturale delle aspettative di crescita, dove la guerra in Iran agisce da catalizzatore di un processo di frammentazione commerciale già in atto.




