Delfin, la tregua armata tra i fratelli Del Vecchio e Basilico che ridisegna la cassaforte di famiglia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Si è chiusa, almeno per il momento, una delle pagine più turbolente della recente storia del capitalismo italiano. Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico, legati dal sangue ma divisi da una complessa partita ereditaria che minacciava di paralizzare Delfin, hanno trovato un’intesa verbale che spazza via le cause incrociate. La notizia, filtrata da fonti vicine al quartogenito del fondatore di Luxottica, racconta di una ritrovata intesa che – nelle intenzioni – dovrebbe restituire stabilità alla holding lussemburghese, azionista di riferimento di un impero che vale decine di miliardi.

L’accordo, ancora da mettere nero su bianco ma già considerato sostanziale, prevede che entrambi i fratelli facciano un passo indietro: Leonardo Maria rinuncia alla causa milanese contro Rocco e la madre Nicoletta Zampillo, mentre quest’ultimo ritira il ricorso presentato in Lussemburgo contro le delibere assembleari di fine aprile. Una tregua che sa tanto di resa dei conti evitata, almeno in aula, e che restituisce fiato a un meccanismo azionario bloccato da settimane di schermaglie legali.

Il nodo delle quote e la sfida del finanziamento da dieci miliardi

Al centro della controversia – che ha rischiato di far saltare il banco – c’era l’operazione voluta da Leonardo Maria per acquisire il 25% di Delfin detenuto dai fratelli Luca e Paola, un passaggio che lo porterebbe a controllare il 37,5% della cassaforte.

Per finanziare questa scalata interna, stimata intorno ai dieci miliardi di euro, il giovane manager si è affidato a un pool di banche – Unicredit, BNP Paribas e Crédit Agricole – che però avevano subordinato l’erogazione del prestito a una condizione precisa: l’assenza di contenziosi in grado di mettere in discussione la governance di Delfin.

Ed è proprio qui che si inseriva il ricorso di Rocco Basilico, il quale contestava la legittimità delle delibere assembleari (in particolare l’aumento dei dividendi e il trasferimento delle quote) sostenendo che fossero state approvate con un quorum insufficiente. La sua impugnazione, se portata avanti, avrebbe potuto bloccare il pegno delle azioni previsto come garanzia per i creditori, facendo deragliare l’intera operazione.

Con la rinuncia al ricorso, dunque, la strada per il closing – fissato simbolicamente per il 27 giugno, a quattro anni esatti dalla morte del fondatore – si è improvvisamente spianata.

Il triangolo con Nicoletta Zampillo e l’ombra dell’usufrutto revocato

A complicare ulteriormente il quadro, nelle scorse settimane, si era inserita la figura della madre, Nicoletta Zampillo. La vedova Del Vecchio, dopo aver inizialmente rinunciato all’usufrutto su metà della sua quota del 25% a favore di Rocco (un atto risalente al luglio 2022, pochi giorni dopo la morte del patron), aveva fatto marcia indietro. Una lettera inviata al board di Delfin comunicava la volontà di annullare quella decisione, gettando nel caos la posizione di Basilico il quale, a sua volta, aveva risposto con una diffida formale per evitare di essere estromesso.

Si era creata così una sorta di cortocircuito familiare: Leonardo Maria che combatteva contro il trasferimento dell’usufrutto al fratellastro, e la madre che, improvvisamente, cercava di rimetterlo in discussione. L’intesa attuale, sebbene riguardi nominalmente solo i due fratelli, sembra aver assorbito anche quella tensione, perlomeno nella fase operativa del riassetto.

Nessuna delle parti, al momento, ha fornito dettagli su eventuali accordi economici paralleli per risolvere la questione dell’usufrutto, ma la semplice sospensione delle ostilità processuali rappresenta un segnale forte per i mercati.

Gli equilibri di potere in EssilorLuxottica e il ruolo dei manager

Va però chiarito un punto essenziale, spesso frainteso in queste cronache: la governance operativa di Delfin, e di conseguenza quella di EssilorLuxottica, non passa per le aule dei tribunali o le volontà dei soli eredi. Il patto parasociale che disciplina la holding, blindato da Leonardo Del Vecchio prima di morire, consegna ancora oggi il potere esecutivo ai manager.

Francesco Milleri, attuale presidente e amministratore delegato di entrambe le realtà, mantiene il timone fermo, e lo statuto di Delfin prevede – tra le altre clausole – la necessità dell’unanimità per le decisioni strategiche più delicate. Questo significa che, anche con Leonardo Maria Del Vecchio divenuto il primo azionista economico (un ruolo che gli verrà riconosciuto a tutti gli effetti solo al termine dell’operazione di acquisto), il controllo effettivo resta in mano a una compagine ristretta dove il conflitto di interessi è governato da regole ferree.

La pace ritrovata tra i fratelli, in questo senso, non cambia la sostanza della gestione corrente, ma rimuove un fastidioso rumore di fondo che disturbava la percezione esterna della solidità del gruppo. Basterà questo a ricucire definitivamente lo strappo? Per ora, le borse hanno applaudito (il titolo Essilux ha chiuso in rialzo del 3%), ma la storia di questa famiglia insegna che la tregua, a volte, è solo la preludio di una nuova, silenziosa trincea.

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