Alessandria si tinge di rosa, poi il Giro d’Italia s’inerpica verso Verbania
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Redazione Sport
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Alessandria, questa mattina, si è svegliata vestita di rosa. Non una metafora, ma un’invasione gentile di quella che ormai, da oltre un secolo, è la tinta che tinge le piazze italiane quando la carovana del Giro d’Italia decide di far tappa. In piazza della Libertà, cuore pulsante della città piemontese, l’atmosfera aveva il sapore delle grandi occasioni: bandiere sventolanti, bambini con il naso incollato alle transenne e quel brusio di fondo, fatto di pronostici da bar e ricordi di imprese lontane. Tra la folla composta – ma non per questo meno calorosa – si distingueva Pasquale, giunto da Novi Ligure con la consueta, disarmante semplicità di chi il ciclismo lo vive come una liturgia laica. “Quando passa il Giro c’è sempre allegria – ha raccontato, stringendo tra le mani un gagliardetto – porta gente e crea un’atmosfera speciale”. Un entusiasmo che, va detto, non è mai solo folclore: è linfa per un territorio che nella Corsa Rosa trova uno specchio mediatico insostituibile.
La tappa che inganna, tra pianura e trabocchetti
Lasciata alle spalle la passerella alessandrina, il plotone si è messo in marcia verso nord, affrontando la tredicesima frazione, un lungo nastro d’asfalto di 189 chilometri che unisce Alessandria a Verbania. Sulla carta, per i primi 160 chilometri, il percorso sembra quasi una dichiarazione di resa: pianura padana da sud a nord, senza particolari sussulti altimetrici, con il gruppo che attraversa l’alessandrino, lambisce l’astigiano, si infila nel vercellese e poi nel novarese, come un serpente pigro ma metodico. È nei trenta chilometri finali, però, che la tappa rivela la sua vera natura, quella di una trappola tecnica, un’insidia capace di cambiare gli equilibri tra velocisti puri, finisseur dal polmoni educati e attaccanti di razza. Il dislivello dell’intera frazione, curiosamente, si concentra tutto in quel tratto: i corridori si troveranno a scalare i Gran Premi della Montagna di Bieno e Ungiasca, due asperità che non hanno l’altezza delle Dolomiti ma possiedono l’insidia delle pendenze corte e cattive, capaci di spezzare il ritmo e mettere in crisi chi ha speso energie nella lunga teoria di rettilinei.
Verbania, attesa e strategie sottili sullo sfondo del Lago Maggiore
A Verbania, intanto, l’arrivo è atteso come un evento che illumina il Lago Maggiore, non solo per lo spettacolo sportivo ma per il ritorno di una visibilità che città di questa dimensione sanno di meritarsi a fasi alterne. La frazione odierna, come spiega la tabella di marcia, non dovrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile per la maglia rosa, che resta saldamente sulle spalle del portoghese Afonso Eulalio (Bahrain Victorious). Per il lusitano, dominatore silenzioso di questa edizione, l’appuntamento con Verbania è una sosta prima della tempesta: sabato, infatti, il Giro entrerà nel vivo con il primo tappone alpino in Valle d’Aosta, un’altra storia, fatta di tornanti e ossigeno rarefatto. Eulalio, dunque, può permettersi di controllare la situazione senza strafare, demandando la caccia alla tappa a chi ha bisogno di riscattare una classifica magari già compromessa. Non è un caso, del resto, che tra i dieci favoriti di giornata spicchino nomi di attaccanti puri, specialisti delle fughe da lontano e di quei colpi di reni che spezzano l’inerzia di un gruppo talvolta troppo attento a guardarsi le spalle.
L’uruguaiano e il peso di una memoria che non si spegne
Tra i tanti che oggi hanno sfilato sotto il sole di Alessandria, c’era anche una presenza che nulla aveva a che fare con il pedale, ma tutto con il senso profondo del ricordo. Accanto alla carovana, nascosta tra la folla ma riconoscibile a chi sapeva guardare, c’era la famiglia di Thomas Silva, il talento uruguaiano la cui esistenza è stata spezzata troppo presto. Un dettaglio, questo, che trasforma la festa in un momento di silenziosa dignità. La cronaca nera, quando incontra lo sport, produce sempre una stranezza: il rumore delle biciclette che sfrecciano si mescola al sospiro di chi ha perso un figlio, eppure sceglie di esserci, di non chiudersi in casa, di testimoniare che la vita – anche quella macchiata da un fatto violento – prova a ripartire da un gesto banale come tifare per un corridore sconosciuto. Senza voler forzare la mano alla commozione, è in questi incroci che lo sport restituisce qualcosa di più di una classifica. Nessuna sentenza, nessun processo alle intenzioni altrui: solo la constatazione che, oggi, il Giro ha attraversato il Piemonte portando con sé un peso lieve come una maglia rosa, ma duro come l’asfalto.




