Luca Guadagnino porta ‘The Death of Klinghoffer’ a Firenze e l’opera di John Adams torna a interrogare la storia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La musica di John Adams, che Luca Guadagnino ha più volte utilizzato come contrappunto emotivo nei suoi film – si pensi a quelle trame sonore capaci di sospendere il respiro dello spettatore – torna al centro di una sfida registica di alto profilo. Sarà proprio il regista siciliano, noto al grande pubblico per la sua cifra viscerale e raffinata, a firmare la messa in scena di The Death of Klinghoffer per l’apertura dell’88º Festival del Maggio Musicale Fiorentino, in programma domenica 19 aprile. Si tratta della sua seconda regia lirica dopo un Falstaff allestito a Verona nel 2012, che lo stesso Guadagnino ha definito poco fortunato; un’esperienza, quest’ultima, che non ne ha però scalfito la volontà di confrontarsi con le forme del teatro musicale.

L’opera, composta da Adams su libretto della poetessa Alice Goodman, debuttò nel 1991 a Bruxelles e già nel 2002 era stata proposta a Ferrara e Modena, ma mai prima d’ora sulle scene fiorentine. Il titolo, dal peso politico e civile inequivocabile, ricostruisce in due atti e un prologo – alternando passaggi corali a lunghissimi monologhi, minimalismo e canto parlato – il dirottamento della nave da crociera italiana Achille Lauro, avvenuto il 7 ottobre 1985. A compiere il sequestro fu un commando di quattro terroristi del Fronte per la Liberazione della Palestina (Fplp), una fazione dissidente rispetto all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Tra i passeggeri, Leonard Klinghoffer, cittadino statunitense di religione ebraica costretto su una sedia a rotelle, venne ucciso e gettato in mare.

Un fatto di cronaca nera che diventa materia lirica senza cedimenti spettacolari

Guadagnino, interpellato in merito alle potenziali polemiche che un’opera simile potrebbe ancora suscitare – a distanza di quarant’anni esatti da quei fatti – ha dichiarato di non temerle. La sua posizione, espressa con la consueta lucidità, si fonda sulla convinzione che l’arte non debba rifuggire i nodi irrisolti della storia contemporanea. Il libretto della Goodman non indulge mai alla spettacolarizzazione del dolore, né cerca facili contrapposizioni manichee: racconta piuttosto la tensione tra narrazioni opposte, dando voce tanto ai passeggeri quanto agli stessi dirottatori, senza mai scadere nella giustificazione del gesto omicida. L’assassinio di Klinghoffer – uomo reso vulnerabile dalla sua condizione fisica, il che aggiunge un ulteriore strato di brutalità al sequestro – viene rappresentato come un punto di non ritorno, un atto che infranse qualsiasi residua possibilità di leggere quell’eccidio in termini di “scontro simbolico”.

Il Maggio Musicale scommette sul presente, tra memoria giudiziaria e sviluppi investigativi

La scelta del direttore musicale Lawrence Renes, che condivide con Guadagnino la direzione di questa produzione, non è casuale. L’88º Festival del Maggio Musicale Fiorentino rinnova così la propria tradizione di presentare titoli contemporanei rari o inediti per il pubblico italiano. Le indagini sul dirottamento dell’Achille Lauro, va ricordato, portarono alla luce non solo la dinamica del sequestro – con la nave che vagò per giorni nel Mediterraneo sotto la minaccia delle armi – ma anche le complesse trattative e le successive vicende giudiziarie che coinvolsero più paesi. Alcuni dei responsabili vennero arrestati, altri riuscirono a sottrarsi alla giustizia per anni, e il caso Klinghoffer divenne un precedente durissimo nella lotta al terrorismo internazionale. L’opera di Adams non ricostruisce però l’inchiesta passo dopo passo, né si trasforma in un documentario musicato: ne tratteggia le conseguenze umane, lasciando che sia la tensione drammatica a farsi carico del racconto.

Musica, parole e silenzi: una regia che affida la complessità alle note di John Adams

Guadagnino, dal canto suo, ha sempre ammesso un debito profondo verso la scrittura di Adams – la cui musica ha scandito più di un suo film – e in The Death of Klinghoffer trova un terreno fertile per la sua estetica, fatta di piani lunghi, sguardi trattenuti e un’attenzione quasi maniacale per il dettaglio psicologico. Il compositore statunitense, abituato a confrontarsi con grandi eventi storici (si pensi al Nixon in China), utilizza qui una partitura che sfugge alla facile emozione: i cori dei palestinesi e degli ebrei aprono l’opera con una duplice rivendicazione identitaria, per poi lasciare spazio a un vuoto doloroso. Quello stesso vuoto, del resto, è ciò che resta dopo la notizia che il di Klinghoffer – gettato in mare dai suoi carnefici – non venne mai recuperato integro, ma solo simbolicamente ricomposto dalla memoria familiare. E sarà proprio su questo crinale, tra assenza e rappresentazione, che la regia di Guadagnino dovrà misurarsi, senza la rete di protezione delle convenzioni liriche.

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