Il Maggio musicale si riapre con la morte di Klinghoffer tra polemiche e tredici minuti di applausi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Firenze. Nel pomeriggio di domenica 19 aprile, la Sala Grande del Teatro del Maggio è diventata il crocevia di un dolore che non trova pace da quarantuno anni, quello del dirottamento dell’Achille Lauro. Ad aprire l’88esimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino, infatti, è andata in scena la prima fiorentina di “The Death of Klinghoffer”, l’opera del compositore minimalista americano John Adams (oggi settantanovenne) su libretto della poetessa Alice Goodman. Sul podio, a dirigere l’Orchestra e il Coro del Maggio, c’era Lawrence Renes, mentre la regia – la sua seconda prova lirica dopo oltre quindici anni – era affidata a Luca Guadagnino, che non ha nascosto la propria commozione al termine della recita, abbracciando la stessa Goodman.
L’opera, che debuttò nel lontano 1991 a Bruxelles nel pieno della guerra del Golfo, racconta il sequestro della nave da crociera italiana da parte di quattro terroristi del Fronte per la Liberazione della Palestina nell’ottobre del 1985 e il conseguente omicidio di Leon Klinghoffer, un cittadino statunitense di origini ebraiche costretto su una sedia a rotelle, il cui venne poi gettato in mare. La partitura, satura di un inevitabile sovraccarico ideologico, si struttura come una passione bachiana: si apre con il “Coro degli esuli palestinesi” a cui fa da contraltare il “Coro degli ebrei esiliati”, un meccanismo drammaturgico che da sempre scatena accuse di “falsa equivalenza morale”. Non è un caso che molti teatri nel mondo, dal Metropolitan di New York a vari palcoscenici europei, abbiano storicamente scansato quest’opera, temendo che la rappresentazione dei terroristi – i quali in scena cantano di non essere criminali ma uomini con ideali – potesse essere letta come una romanticizzazione del terrorismo.
Le proteste fuori dal teatro e il presidio di “Firenze per la Palestina”
Mentre all’interno la musica fluiva (amplificata da sintetizzatori e elettronica per dialogare con l’ascolto contemporaneo), fuori dai cancelli del teatro andava in scena un’altra forma di confronto. Un presidio organizzato dal comitato “Firenze per la Palestina” ha contestato la messa in scena, distribuendo volantini in cui si sottolineava la contraddizione di rappresentare un episodio del 1985 proprio mentre è in corso quella che loro definiscono una “guerra genocidiaria” nella Striscia di Gaza. I manifestanti, un gruppo ridotto ma visibile con bandiere e striscioni (tra cui uno recitava “Gaza nuova Auschwitz”), hanno spiegato di opporsi a quella che considerano una lettura distorta del conflitto: secondo il comitato, iniziare l’opera con i due cori contrapposti suggerisce un conflitto tra civiltà o religioni (ebrei contro palestinesi), laddove la loro lettura della realtà vede invece uno scontro tra un occupante e un occupato. A sostenere la protesta si è schierato anche il consigliere di Sinistra Progetto Comune, Dmitrij Palagi, che ha portato il dibattito all’interno della politica cittadina.
La parata di vip e l’abbraccio del pubblico
Nonostante la tensione nell’aria, l’inaugurazione ha attirato un red carpet di prim’ordine, segno che l’evento era percepito come uno degli appuntamenti culturali più rilevanti della stagione. Tra il pubblico, seduti in platea, si sono incrociati mondi distanti: da Jovanotti (arrivato con moglie e figlia su invito del regista) alla pop star inglese Damon Albarn, passando per il designer Jonathan Anderson. Non sono mancati i rappresentanti delle istituzioni, con la sindaca Sara Funaro e il presidente della Regione Eugenio Giani, insieme a volti noti della politica come Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, oltre ai rappresentanti del diplomatico, inclusi il console generale degli Stati Uniti e quello della Francia.
La risposta del pubblico, al calare del sipario, è stata netta e quasi inaspettata data la complessità della materia: ben tredici minuti di applausi scroscianti hanno salutato la compagnia di canto, il direttore e il regista. Guadagnino, visibilmente commosso, ha abbracciato Alice Goodman, l’autrice del libretto che oggi è diventata ministro della Chiesa anglicana dopo essersi ritirata dalle scene per anni a causa proprio delle polemiche suscitate da questo testo. Per il sovrintendente Carlo Fuortes, che ha fortemente voluto questa produzione avviata due anni fa, il risultato dimostra che il teatro d’opera ha il dovere di confrontarsi con i grandi temi del presente, rifiutando il ruolo di mero intrattenitore per abbracciare quello di “coscienza critica”.
Il nodo irrisolto della rappresentazione artistica
“The Death of Klinghoffer” rimane un’opera che non concede tregua. I terroristi, nella finzione scenica, imbracciano pistole e mitragliatrici, e c’è chi (come le figlie della vera vittima, Lisa e Ilsa Klinghoffer, che in passato hanno condannato il lavoro come una legittimazione dell’assassinio del padre) vede in questa umanizzazione un oltraggio. Guadagnino, tuttavia, respinge al mittente le accuse di strumentalizzazione politica: per lui, lo “scandalo” non sta nel mostrare il punto di vista dell’altro, ma nell’aver reso visibile l’invisibile. La regia, che ha trasformato il palco in un ambiente quasi onirico con passerelle e cabine che evocano la nave, si concentra sulla fisicità del dolore, aiutata in questo dalle coreografie di Ella Rothschild che amplificano la sensazione di perdita e violenza. Alla fine, l’unica certezza che emerge dalla rappresentazione è la sofferenza dei due popoli: quella dei palestinesi della Nakba e quella di Marilyn Klinghoffer, la moglie che perde il marito disabile gettato in mare. Una ferita che, a Firenze, ha mostrato ancora una volta di essere lontanissima dalla rimarginatura.




