«The death of Klinghoffer» al Maggio fiorentino, tredici minuti di applausi per la regia di Guadagnino

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Firenze, come si conviene a una piazza che di teatrale ha fatto un’arma di costume e di politica, ha risposto con tredici minuti di applausi – e molti «Bravi, bravi!» – alla prima dell’88esimo Festival del Maggio musicale fiorentino. Sul palco, a sipario chiuso, il regista Luca Guadagnino ha abbracciato la poetessa Alice Goodman, autrice del libretto, mentre l’orchestra e il coro sembravano ancora sospesi in quell’aria di furia che attraversa «The death of Klinghoffer», opera contemporanea del musicista americano John Adams (premio Pulitzer nel 2002). Nessuna concessione alla retorica, nella scelta di apertura: si parte dal dirottamento della nave da crociera Achille Lauro, ottobre 1985, per mano di un commando del Fronte per la liberazione della Palestina, e dall’assassinio di Leonard Klinghoffer, cittadino statunitense di religione ebraica, costretto su una sedia a rotelle. Il libretto, va detto, non racconta i fatti in presa diretta; li rievoca, li filtra attraverso la memoria dei protagonisti, trasformando il sangue e la trattativa in lunghe riflessioni interiori. Un azzardo, che Guadagnino ha risolto con grande pregnanza realistica, restituendo sul palcoscenico la violenza cruda senza mai eccedere in dettagli espliciti.

La forza di un oratorio bachiano e il di ballo tra i più apprezzati

«Muore per mano di un pezzente – canta una pensionata ebrea newyorkese, reduce da un’infanzia segnata dalla guerra – mentre io mi occupavo di stupidaggini». Nel testo inglese, «pezzente» traduce «punk», e l’espressione suona come uno schiaffo senza peli sulla lingua. L’opera, quasi un oratorio bachiano, sospinge l’ascoltatore con il ribattere angoscioso dell’orchestra e i singhiozzi del coro: non c’è spazio per la cronaca giudiziaria dei giorni di Sigonella e di Craxi (tornati di recente alla memoria per altre vicende), e del resto quei nodi restano fuori dalla giurisdizione di questo lavoro. Quel che conta, ieri sera in sala, era l’intensità con cui il pubblico ha accolto la messinscena. Molto apprezzato anche il di ballo, che ha aggiunto una dimensione plastica a una partitura già densa di riferimenti colti. La commozione, per molti spettatori, è esplosa proprio nel momento in cui Guadagnino e Goodman si sono ritrovati sotto i riflettori, abbracciati, quasi a suggellare un patto tra regia e parola che pochi avrebbero pronosticato come vincente.

Una scelta coraggiosa (e vincente) che ha azzerato i rischi della resa teatrale

A Guadagnino, in effetti, va il merito principale del successo entusiastico che ha salutato l’inaugurazione del Festival. È sua la scelta di un’opera di scottante attualità come «The death of Klinghoffer», un titolo che molti teatri europei hanno evitato per decenni per timore di reazioni (ma di quelle non ci occuperemo qui). Il regista ha brillantemente risolto i problemi connessi alla resa teatrale di un libretto che, nella versione originale di Goodman, tende a rimanere sospeso tra rievocazione e meditazione. Lui ha ricreato con grande pregnanza realistica quei tragici fatti del sequestro, senza però mai trasformarli in un documentario scenico. Ne è venuta fuori una serata che ha tenuto la sala inchiodata alle poltrone per tutta la durata dello spettacolo, e i tredici minuti finali di applausi – uniti a molte grida di «Bravi!» – hanno confermato che l’operazione ha funzionato.

Il respiro internazionale del Maggio e le repliche già attese

L’88esimo Festival del Maggio musicale fiorentino si apre dunque con una produzione destinata a fare discutere, se non altro per il coraggio di averla messa in cartellone. Le repliche sono già fissate per il 22 e 26 aprile, e la curiosità è alta intorno a come il resto del pubblico (quello che non ha potuto assistere alla prima) accoglierà un’opera che parla di terrorismo, di mare, di un dirottamento e di un omicidio che all’epoca sconvolsero l’opinione pubblica mondiale. Adams, dal canto suo, ha sempre difeso la sua partitura come un tentativo di dare voce a tutte le parti in conflitto, senza processi sommari né assoluzioni di comodo. E la serata fiorentina, con quell’abbraccio tra regista e librettista sotto una pioggia di applausi, ha dimostrato che a volte l’arte può attraversare il dolore senza trasformarlo in spettacolo gratuito. Per il Maggio, è una partenza che lascia il segno.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.