Ispezioni interne in polizia, da 17 a 123 in nove anni: il boom ma i dati restano segreti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel corso degli ultimi nove anni, il numero delle ispezioni disciplinari avviate all’interno della Polizia di Stato è letteralmente esploso, passando dalle appena 17 pratiche del 2017 alle 123 registrate nel 2025. Un incremento esponenziale, questo, che potrebbe raccontare molto sullo stato di salute del Corpo, sulla sua capacità di automonitorarsi e, più in profondità, sul rapporto tra le divise e i cittadini. Eppure, nonostante il moltiplicarsi dei procedimenti interni, i dati relativi ai veri e propri reati penali commessi dagli agenti in servizio rimangono avvolti nel più fitto dei misteri. Una opacità informativa che stride con la trasparenza che ci si aspetterebbe da un’istituzione fondamentale per la democrazia, e che solleva interrogativi non da poco sulla reale volontà di fare chiarezza. Non si tratta, beninteso, di procedimenti per cattiva condotta o violazioni del regolamento, ma di fatti che integrano ipotesi di reato, e per i quali, paradossalmente, esiste una sorta di segreto statistico che impedisce agli studiosi e all’opinione pubblica di comprenderne la portata.

A gettare una luce critica su questa tendenza, che appare quasi come un paradosso democratico, è il ricercatore di Storia contemporanea dell’Università di Bari, Michele Di Giorgio. Nel suo ultimo lavoro, “Il braccio armato del potere”, edito da Nottetempo, l’autore mette insieme quindici anni di ricerche scientifiche per offrire quella che lui stesso definisce «una riflessione articolata e di più ampio respiro sulle polizie». In un contesto europeo dove paesi come il Regno Unito e la Francia fanno da pionieri nello studio e nella regolamentazione dell’operato delle forze dell’ordine, l’Italia appare invece in forte ritardo, anche e soprattutto per la scarsa collaborazione fornita dalle stesse istituzioni ai progetti di ricerca. L’accountability, ovvero la capacità di rendere conto del proprio operato e di sottoporsi a una vigilanza interna efficace, resta un obiettivo lontano, come conferma la difficoltà incontrata da un progetto di ricerca coordinato dal professor Campesi della stessa università pugliese.

L’eredità interrotta di Gabrielli e il silenzio sui reati in divisa

Proprio nell’anno da cui parte questa escalation di controlli interni, il 2017, a guidare la Polizia era Franco Gabrielli. Fu lui a volere un inasprimento dei meccanismi di verifica interna, anche attraverso la creazione di strutture dedicate agli “affari interni” che allora fecero discutere. L’obiettivo dichiarato era quello di alzare la soglia dell’attenzione su comportamenti devianti, anche minimi, per tutelare l’immagine e la credibilità dell’istituzione. Decisioni, quelle di Gabrielli, che gli attirarono non poche critiche dai sindacati di polizia, come documentano le cronache dell’epoca: si andava dalla rimozione di un dirigente reo di aver esortato i suoi uomini a “spezzare le braccia” ai manifestanti durante uno sgombero, alla circolare che invitava gli agenti alla prudenza sull’uso dei social network, passando per le sanzioni a chi utilizzava termini impropri. Oggi, però, di quell’impostazione, di quella spinta al controllo interno, sembra essere rimasto ben poco, e i dati sui reati penali restano inaccessibili. Una condizione, questa, che rischia di alimentare quella logica del “cesto di mele” di cui parla Di Giorgio, quella tendenza all’omertà e allo spirito di che, se da un lato è comprensibile sul piano umano, dall’altro finisce per corrompere l’intero raccolto.

Intrecciata a questa opacità statistica, emerge poi la cronaca giudiziaria che sembra dare alle preoccupazioni degli studiosi. L’inchiesta della Procura di Roma sui furti allo store Coin della stazione Termini ha portato alla luce un sistema consolidato che vedeva coinvolti, in varie forme e con diversi livelli di responsabilità, ben ventuno appartenenti alle forze dell’ordine, tra carabinieri e poliziotti. Un meccanismo, questo, che emerge dalle carte, fondato su piccole sottrazioni quotidiane di merce, per un ammanco complessivo che, secondo le prime stime, supererebbe i centomila euro. Gli agenti e i militari, in servizio proprio nello scalo ferroviario, avrebbero beneficiato di sconti illegali e di merce sottratta con la complicità di alcuni dipendenti del negozio, i quali rimuovevano le placche antitaccheggio prima di consegnare i prodotti.

La formazione ridotta e la cultura militaresca che avanza

La vicenda della Coin, al netto delle singole responsabilità che saranno accertate in sede giudiziaria, riporta l’attenzione su un altro fronte caldo sollevato da Michele Di Giorgio: quello della formazione degli agenti. La legge di riforma del 1981, la 121, che sancì la smilitarizzazione e la nascita della Polizia di Stato, immaginava un percorso formativo lungo e articolato per costruire un moderno e democratico. Un’ambizione, questa, che è stata progressivamente smantellata per far fronte a logiche di mero ripianamento degli organici. Oggi, denuncia il ricercatore, la formazione è stata ridotta ai minimi termini, e si è assistito a un fenomeno di rimilitarizzazione strisciante, con l’assunzione preferenziale di ex militari, addestrati per scenari di guerra e sottoposti a corsi di riconversione troppo brevi per costruire quella professionalità specifica che il lavoro quotidiano per le strade richiederebbe. Una deriva che, unita a un linguaggio politico sempre più duro e spaccato, rischia di radicare quella “logica del nemico” che rende ancora più complesso il rapporto con la società civile.

Le parole della cassiera finita al centro dell’inchiesta romana, la quale parla di «leggerezze» e nega di essere una ladra, cercando di ridimensionare il proprio ruolo, riecheggiano in modo sinistro in questo contesto. Così come i commenti, emersi dalle chat finite nel fascicolo, in cui una commessa definiva «terribili» certe tovaglie «che fanno proprio Napoli», rivelano un sostrato di pregiudizi e complicità che va ben oltre il singolo episodio di furto. Casi di cronaca come questo, così come le vicende che hanno portato all’arresto di un agente per l’omicidio di Rogoredo – su cui lo stesso vicepremier Matteo Salvini è stato costretto a correggere il tiro, affermando che «se qualcuno in divisa sbaglia, paga più degli altri» – diventano così spie di un malessere più profondo. Un malessere che interroga non solo i singoli comportamenti, ma l’intero sistema di reclutamento, formazione e controllo interno di chi ogni giorno è chiamato a far rispettare la legge.

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