“L’Italia non sia una succursale di Parigi”: secondo sciopero in tre anni per i dipendenti di Borsa Italiana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le bandiere rosse della Fisac Cgil sono tornate a sventolare davanti a Palazzo Mezzanotte, rompendo il silenzio di una piazza Affari che attraversa uno dei momenti più tesi della sua storia recente. Quello del 30 aprile, il secondo sciopero del gruppo Borsa Italiana-Euronext dopo quello di due anni fa, rappresenta una mobilitazione che, come spiegano i sindacati, va ben oltre la disputa salariale per toccare il cuore della sovranità finanziaria del Paese. L'astensione dal lavoro, che ha preso il via alle 12.30 per concludersi alle 15, ha interessato non solo Borsa Italiana ma anche le altre società del gruppo – tra le quali Monte Titoli, Cassa Compensazione Garanzia e MTS – e ha registrato l’adesione maggioritaria dei circa 800 dipendenti delle sedi di Milano e Roma, nonostante le pressioni segnalate dai delegati da parte dell’azienda per disincentivare la partecipazione.

L’accentramento delle decisioni e il miraggio del modello federale

Quando nell’aprile del 2021 Borsa Italiana entrò a far parte del gruppo internazionale Euronext (operazione che vide all’epoca Cassa Depositi e Prestiti e Intesa Sanpaolo rilevare rispettivamente l’8,1% e l’1,55% del capitale), il progetto era stato presentato come un modello “federale” rispettoso delle autonomie locali. E invece, denunciano oggi i sindacati di categoria (Fabi, First Cisl e Fisac Cgil), ci si trova di fronte a un progressivo e sistematico accentramento delle decisioni fuori dall’Italia. Le scelte strategiche, dai budget per i premi aziendali fino all’organizzazione del lavoro, vengono assunte a Parigi per essere poi semplicemente eseguite a Milano, riducendo Palazzo Mezzanotte a una sorta di succursale priva di reale autonomia. Una circostanza, quest’ultima, che ha portato la Consob a parlare, secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, di una “ripetuta e sistematica violazione delle regole di governo societario” con un consiglio di amministrazione italiano ridotto a un ruolo passivo e disinformato.

Il paradosso economico: l’Italia primo motore del gruppo

Ciò che rende la vertenza particolarmente vibrante è il divario tra il peso economico reale della piazza milanese e il suo scarso peso specifico decisionale. I sindacati hanno più volte ribadito che la controllata italiana contribuisce al gruppo per oltre il 37% dei ricavi totali, una quota che nel 2025 si è tradotta in 669 milioni di euro: una cifra quasi doppia rispetto a quella generata dalla stessa piazza parigina. Nonostante questi utili record, e nonostante l’organico sia formalmente cresciuto (anche a seguito dell’acquisizione del ramo d’azienda di Nexi), il malcontento cresce per un trasferimento costante di know-how tecnologico verso sedi come Porto, Amsterdam o Atene – dove di recente è stato inaugurato un nuovo polo tecnologico – in un processo che rischia di svuotare progressivamente di contenuto il presidio industriale italiano.

Lavoro agile, premi e il futuro della piazza finanziaria

Sul piano delle relazioni sindacali, i rappresentanti dei lavoratori descrivono un clima ormai ai minimi termini. Il confronto con il management è sporadico e le decisioni su nodi cruciali – dal lavoro agile (l’azienda punterebbe a dimezzare i giorni consentiti) al contratto integrativo aziendale, fino alla definizione del premio di risultato – vengono presentate come immodificabili. Si aggiunge a questo un peggioramento delle condizioni operative: carichi di lavoro crescenti e un monitoraggio sulle prestazioni sempre più invasivo, senza che vengano messe in campo adeguate politiche di retention per il personale altamente specializzato. Secondo i sindacati, la posta in gioco non è solo la dignità degli ottocento dipendenti, ma il futuro stesso di un’infrastruttura – quella che regola i mercati dei titoli di Stato e gestisce parti fondamentali del debito pubblico – considerata asset strategico per l’intero sistema Paese.

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