Il dito di Cattelan, la crisi della Borsa e la rivolta dei sindacati: “Svuotati da Parigi”
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Redazione Economia
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Piazza Affari, quella stessa piazza dove da oltre un decennio una mano di marmo bianco alta undici metri – con tutte le dita mozzate tranne il medio alzato – svetta come una critica feroce e silenziosa al tempio della finanza, sembra aver finalmente trovato nella cronaca odierna una drammatica sintonia con lo spirito dell’opera di Maurizio Cattelan. Se nel 2010, quando “Il Dito” (ufficialmente intitolato L.O.V.E., acronimo di Libertà, Odio, Vendetta, Eternità) fece la sua comparsa di fronte a palazzo Mezzanotte, molti lo lessero come una provocazione artistica legata alla grande recessione, oggi quella stessa scultura appare quasi un presagio, dato che il consiglio di amministrazione della Borsa Italiana viene accusato dall’autorità di vigilanza di essere ridotto a un ruolo “meramente passivo”.
L’ispezione della Consob e un consiglio di amministrazione “disinformato”
È di queste ore la notizia, riportata in dettaglio dal quotidiano Il Messaggero e confermata dalle agenzie, che la Consob ha formalizzato pesanti contestazioni nei confronti di Borsa Italiana al termine di un’ispezione durata mesi; in un documento di trentaquattro pagine, firmato dal responsabile della divisione Vigilanza Mercati Isidora Tarola, si parla testualmente di “ripetuta e sistematica violazione delle regole del governo societario”. L’autorità presieduta da Paolo Savona (anche se l’articolo non cita nomi di massimi vertici se non quello della funzionaria che ha firmato le carte) descrive un cda che avrebbe “passivamente abdicato alla propria competenza”, risultando nei fatti “disinformato” e “inerte” di fronte alle direttive del gruppo Euronext, il colosso paneuropeo che ha rilevato la storica piazza milanese nel 2021. Secondo i rilievi, i vertici locali avrebbero semplicemente ratificato decisioni – dalla determinazione delle tariffe all’approvazione dei budget – prese altrove, mentre l’amministratore delegato si sarebbe limitato a un ruolo di “mero trasmettitore” di informazioni provenienti da Parigi, spesso ricevute in modo “tardivo e accidentale”.
La guerra Roma-Parigi e il peso economico dell’Italia nel gruppo
Questo scontro sulla governance, che qualcuno ha già definito una “guerra” silenziosa tra Roma e Parigi, assume contorni ancora più netti se si considera il peso specifico dell’Italia nelle casse di Euronext. I sindacati, in un comunicato congiunto diffuso dalle segreterie territoriali di Milano e Roma di Fabi, First Cisl e Fisac Cgil, hanno ricordato come Borsa Italiana contribuisca per oltre il 37% dei ricavi totali del gruppo, portando a casa 669 milioni di euro nel 2025 – una cifra, questa, quasi doppia rispetto a quella generata dalla stessa piazza parigina. A fronte di questi numeri, e nonostante il cosiddetto “modello federale” promesso al momento dell’acquisizione, le organizzazioni sindacali denunciano un’involuzione verso un accentramento decisionale totale. I sindacati parlano apertamente di trasferimento costante di know-how verso sedi come Porto, Amsterdam e ovviamente Parigi, un fenomeno che sta progressivamente “svuotando di contenuto” il presidio industriale italiano, nonostante i profitti record registrati dalla multinazionale.
Lavoratori in sciopero il 30 aprile: “Non è una disputa tra soci”
La reazione dei lavoratori non si è fatta attendere, tanto che è già stato proclamato uno sciopero nazionale di mezza giornata per il prossimo 30 aprile, con inizio dalla pausa pranzo, che coinvolgerà tutte le maestranze del gruppo Borsa Italiana. La mobilitazione, spiegano i sindacati di categoria, non vuole entrare nel merito della contesa legale tra i grandi azionisti (come la Cdp Equity, che ha impugnato una recente sentenza del tribunale di Amsterdam favorevole a Euronext sulle nomine dei Ceo), ma intende riportare l’attenzione su ciò che definiscono “il futuro industriale” dell’infrastruttura finanziaria nazionale. Quello che lamentano i dipendenti, nello specifico, è il peggioramento delle condizioni di lavoro, l’aumento dei ritmi e dei carichi, il rifiuto dell’azienda di concedere il lavoro agile al di fuori di logiche emergenziali e, non ultimo, lo stallo totale sul rinnovo del contratto integrativo aziendale e sul premio di risultato.
L’assenza di dialogo e il paradosso del “Dito”
Secondo la denuncia dei rappresentanti dei lavoratori, il management avrebbe ridotto il confronto sulle piattaforme sindacali a una “mera formalità”, presentando decisioni su smart working, retribuzioni e organizzazione come se fossero immodificabili, escludendo di fatto ogni dialogo sociale. Questa chiusura, denunciano ancora Fabi, First Cisl e Fisac Cgil, stride non solo con la redditività del gruppo ma anche con la dignità professionale di chi opera nella piazza milanese, dove i dipendenti si sentono sempre più marginalizzati, sacrificabili e facilmente sostituibili da competenze dislocate all’estero. Paradossalmente, la mano mozzata di Cattelan – che rimane lì, immobile, a mostrare il suo medio a un palazzo che fu simbolo del potere finanziario italiano – sembra oggi rappresentare meglio che mai la condizione di una Borsa Italiana che, pur generando ricchezza, si trova a chiedere aiuto e a protestare, avendo perso le altre dita nella morsa della finanza centralizzata d’Oltralpe.




