Il Congresso americano dice no ai limiti ai poteri di guerra di Trump, mentre Teheran colpisce una petroliera nel Golfo
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Redazione Esteri
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La Camera dei Rappresentanti, con 219 voti a favore e 212 contrari, ha respinto nella giornata di ieri la risoluzione che mirava a circoscrivere l'autorità del presidente Donald Trump nell'ambito delle operazioni militari contro l'Iran, un provvedimento che avrebbe imposto al capo della Casa Bianca l'obbligo di ottenere il via libera del Congresso prima di proseguire o intensificare le azioni belliche. Quattro esponenti del Partito Democratico hanno rotto i ranghi per allinearsi alla maggioranza repubblicana, la quale, a sua volta, ha perso solo due membri, confermando una compattezza che riflette la nuova geometria politica di Washington, dove l'opposizione fatica a ritagliarsi spazi di influenza in entrambi i rami del Parlamento. Il voto, che giunge all'indomani di un analogo insuccesso in Senato dove la proposta del democratico Tim Kaine era stata bocciata con 47 favorevoli e 53 contrari, rappresenta una vittoria significativa per l’inquilino della Casa Bianca, il quale, forte di queste conferme, vede legittimata la sua strategia di intervento nello scacchiere mediorientale.
La strategia indiretta e le sirene della guerra
Mentre il braccio di ferro istituzionale si esauriva nelle aule di Capitol Hill, sul terreno la situazione appariva in rapidissima evoluzione, caratterizzata da una ridda di voci e smentite tipica dei conflitti moderni. Inizialmente, alcune agenzie e fonti vicine ai gruppi curdo-iraniani avevano diffuso la notizia dell'avvio di un'offensiva di terra nel nord-ovest dell'Iran, un'operazione che avrebbe visto migliaia di combattenti del Partito per la vita libera del Kurdistan (PJAK) e di altre fazioni armate penetrare in territorio iraniano dalle basi situate nel Kurdistan iracheno. Una mossa, questa, che sarebbe potuta rientrare in un disegno più ampio, caldeggiato da ambienti vicini all'amministrazione Trump, volto ad aprire un fronte interno per indebolire il regime di Teheran attraverso forze surrogate. Tuttavia, la narrazione è mutata nel giro di poche ore: un alto funzionario della regione del Kurdistan iracheno, Aziz Ahmad, ha smentito categoricamente che alcun curdo iracheno abbia varcato il confine, e alcune stesse organizzazioni curde hanno negato l'inizio di una qualsivoglia avanzata terrestre, gettando ombre sulla reale consistenza di queste prime segnalazioni.
Teheran colpisce nel Golfo e la tensione dilaga
Sul fronte opposto, la risposta iraniana non si è fatta attendere e ha anzi alzato il livello dello scontro in modo drammatico. Il delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha rivendicato un attacco missilistico contro una petroliera battente bandiera statunitense nel settore settentrionale del Golfo Persico, un'azione che, stando ai comunicati ufficiali di Teheran, avrebbe centrato l'obbiettivo lasciando la nave in fiamme. Parallelamente, la capitale iraniana è stata bersagliata nella notte da nuovi raid, mentre fonti locali riferivano di droni diretti contro un aeroporto nell'exclave azera di Nakhchivan, una mossa che, se confermata, allargherebbe il perimetro geografico del conflitto coinvolgendo indirettamente anche il Caucaso meridionale. In questo clima di incertezza e di fuoco incrociato, l'Arabia Saudita ha dichiarato di aver intercettato e distrutto diversi droni che sorvolavano il proprio spazio aereo, un ulteriore segnale di come la contesa rischi di estendersi a macchia d'olio, coinvolgendo alleati e nazioni limitrofe.
Le ambizioni dichiarate di Trump sul futuro dell'Iran
Nel contesto di questa escalation militare, le dichiarazioni rilasciate da Trump alla testata Axios assumono un rilievo particolare, poiché delineano non solo le modalità dell'azione bellica ma anche la visione politica per il dopoguerra. Il presidente statunitense ha espresso senza mezzi termini la sua contrarietà a una successione interna che porti Mojtaba Khamenei, figlio dell'ex guida suprema, a ricoprire il ruolo di leader, definendolo un peso leggero e una figura inaccettabile per gli Stati Uniti. Più di così, il tycoon ha rivendicato la necessità di un suo coinvolgimento diretto nella scelta della futura leadership iraniana, paragonando la situazione a quella venezuelana e a rapporti intrattenuti con figure come Delcy Rodriguez. Parole, queste, che travalicano i confini della semplice pressione politica per configurarsi come una chiara ingerenza negli affari interni di una nazione sovrana, alimentando ulteriormente le fiamme di una propaganda incrociata che vede, da un lato, gli Stati Uniti determinati a ridefinire gli equilibri regionali, e dall'altro, l'Iran costretto a difendersi su più fronti.




