Incendio alla raffineria di Mosca: l’attacco dei droni ucraini a 500 chilometri di distanza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le fiamme si sono levate alte nel cielo della capitale russa, a segnare un’escalation che, per quanto prevedibile nell’evoluzione del conflitto, porta la firma di una precisa strategia ucraina: colpire il cuore energetico del nemico, là dove il denaro che alimenta la macchina bellica si trasforma in carburante.

L’attacco, rivendicato direttamente da Kiev, ha danneggiato la raffineria di Mosca, un impianto di proprietà di Gazprom Neft situato nel distretto sud-orientale di Kapotnya, a una distanza, come ha sottolineato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, di 500 chilometri dal confine. Una distanza che non è più una barriera, ma un dato tecnico, ormai superato dalla capacità di penetrazione dei velivoli senza pilota.

Le autorità russe, attraverso il sindaco Sergey Sobyanin, hanno confermato l’incidente sulla piattaforma statale Maks, specificando che l’impatto ha danneggiato una struttura dell’impianto, fortunatamente senza provocare vittime, mentre le difese aeree della capitale, secondo quanto riportato, avrebbero intercettato e abbattuto circa sessanta droni diretti verso la città nel corso della stessa giornata.

Una risposta a lungo raggio

L’operazione non è stata un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro di ritorsioni che si intensificano giorno dopo giorno, dove l’Ucraina cerca di rispondere colpo su colpo ai bombardamenti russi che continuano a martellare le sue infrastrutture civili ed energetiche.

Il messaggio lanciato da Zelensky è stato chiaro e privo di ambiguità, definendo l’azione una "risposta giusta" alla campagna aerea nemica, in particolare ai raid che hanno causato danni significativi a un sito Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nella stessa capitale ucraina, la Cattedrale della Dormizione all’interno della Lavra delle Grotte di Kiev.

Quella che una volta era considerata una zona protetta, un’area retrostante sicura, si è trasformata in un teatro di guerra, dove gli sciami di droni, descritti dall’agenzia statale russa Tass come uno dei più massicci sbarramenti dell’anno, hanno preso di mira non solo il cuore politico ma anche il sistema di approvvigionamento energetico di Mosca.

I video diffusi sui social, rapidamente diventati virali, mostrano il momento esatto in cui un drone si abbatte su un edificio vicino all’impianto, generando una potente esplosione che ha costretto le autorità locali a chiudere al traffico l’intera area circostante per motivi di sicurezza.

La guerra dell’energia

La scelta di colpire la raffineria di Mosca, il più grande impianto della regione con una capacità di lavorazione di circa 11,6 milioni di tonnellate di petrolio nel corso del 2024, non è certo casuale. È un bersaglio strategico di prim’ordine, il cui rifornimento di benzina e diesel per la capitale e per gli aeroporti rappresenta una percentuale sostanziale del mercato locale; un danno, anche solo temporaneo, si traduce in un problema logistico e psicologico, oltre che economico.

Tuttavia, la versione ufficiale russa, che ha subito parlato di danni limitati e di attività dell’impianto non interrotte, è stata immediatamente messa in discussione da fonti industriali citate dall’agenzia Reuters, secondo cui l’attacco avrebbe danneggiato un’unità di raffinazione primaria, arrivando a coprire oltre la metà della capacità produttiva dello stabilimento, causando una sospensione totale delle operazioni.

Una discrepanza che evidenzia non solo la difficoltà di valutare l’impatto reale dei colpi in un contesto di guerra dell’informazione, ma anche l’efficacia crescente di una tattica militare che mira a erodere le risorse economiche di Mosca, colpendo direttamente le sue infrastrutture petrolifere, come già avvenuto in altre regioni russe, da Krasnodar a Voronezh, dove i detriti dei droni abbattuti hanno provocato danni minori.

Il contesto delle ostilità

L’attacco alla raffineria arriva all’indomani di una delle notti più violente per l’Ucraina, durante la quale la Russia ha lanciato una pioggia di oltre seicento droni e settanta missili sull’intero territorio nazionale, provocando vittime civili e devastando un simbolo religioso e culturale come la Lavra delle Grotte, un complesso di chiese e monasteri affacciato sul Dniepr, che per secoli è stato meta di pellegrinaggi e che il ministro degli Esteri francese ha paragonato a un bombardamento su Notre-Dame.

In questo scenario, la risposta ucraina, pur nella sua drammaticità, si configura come una conseguenza quasi obbligata, un tentativo di portare la guerra dentro le linee nemiche, dimostrando che la capacità di colpire a lunga distanza non è più un’esclusiva russa.

I dati forniti dalle autorità di Kiev, che rivendicano l’operazione come un lavoro coordinato tra diverse forze armate, dai sistemi senza equipaggio all’intelligence, confermano una maturazione delle capacità operative ucraine che, a un anno dall’inizio della nuova fase del conflitto, sta cambiando le regole dell’ingaggio.

La raffineria in fiamme, visibile forse anche dallo spazio, rappresenta l’immagine più tangibile di questa nuova fase, dove il termine "profondità" ha perso il suo significato assoluto, e nessuna infrastruttura, neppure quella a pochi chilometri dal Cremlino, può dirsi al sicuro.

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