Roma a 30 all’ora, la sfida della sicurezza tra divieti e controlli
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Redazione Interno
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La trasformazione del centro di Roma in una vasta **zona 30**, avviata il 15 gennaio, rappresenta una svolta significativa nella mobilità urbana della capitale, un esperimento di ridisegno dello spazio pubblico che solleva interrogativi sulla sua effettiva applicazione e sul bilanciamento tra esigenze di sicurezza e diritti degli automobilisti. L’estensione del limite ai 30 km orari, infatti, interessa un’area così estesa da configurarsi come una città nella città, mutando radicalmente le abitudini di chi guida tra i vicoli del centro storico e i suoi lungotevere. Una misura, questa, fortemente voluta dall’assessore alla Mobilità Eugenio Patané, che si inserisce in un quadro più ampio di città europee, da Bologna a Milano, le quali hanno già introdotto provvedimenti analoghi nel tentativo di rendere le strade più sicure per tutti, specialmente per i cosiddetti utenti vulnerabili come pedoni e ciclisti.
Il nodo del controllo: autovelox banditi, arrivano i dispositivi informativi
A complicare il panorama, rendendo il dibattito particolarmente acceso, è intervenuta la revisione del Codice della Strada approvata a dicembre 2024, che ha introdotto un divieto categorico: l’installazione degli autovelox nelle Zone 30 e nelle aree urbane con limiti inferiori ai 50 km/h. Una norma, questa, promossa dal ministro Matteo Salvini, che sposta il fulcro del controllo dalla sanzione automatica, spesso percepita come vessatoria, verso un presidio più diretto e umano da parte della Polizia Locale. Ciò non significa, tuttavia, l’assenza di monitoraggio tecnologico. La strategia romana prevede, a partire dalla metà di febbraio, l’introduzione degli “Infovelox”, dispositivi mobili che, pur non sanzionando, misurano la velocità dei veicoli in arrivo segnalandola con pannelli luminosi: una luce verde per chi rispetta il limite, una rossa per chi lo supera, in una logica più educativa che punitiva, almeno in questa prima fase.
Cosa dicono i dati sulla riduzione degli incidenti
La scelta di limitare la velocità non è frutto di una semplice ideologia, ma poggia su evidenze raccolte in anni di studi e sperimentazioni. Un’indagine condotta da Ramboll, ad esempio, ha analizzato l’impatto di queste misure in quaranta città europee, riscontrando risultati incoraggianti: in media, si è registrata una riduzione del 23% degli incidenti stradali e del 38% delle lesioni gravi. Dati che trovano un solido fondamento anche in un report del Consiglio UE sull’ETSC, il quale indica proprio i 30 km/h come la soglia massima oltre la quale la convivenza tra veicoli a motore e persone a piedi o in bicicletta diventa critica e pericolosa. La velocità moderata, infatti, non solo abbrevia lo spazio di frenata, ma aumenta esponenzialmente le chance di sopravvivenza in caso di impatto, un elemento cruciale in un tessuto urbano denso e complesso come quello romano.
La sfida dell’applicazione in una città storicamente congestionata
Il vero banco di prova, al di là delle disposizioni di legge e delle intenzioni politiche, risiede nella capacità di far rispettare il nuovo limite in maniera stringente e uniforme. Roma, che soffoca tradizionalmente sotto il peso di un traffico caotico composto da auto, autobus e mezzi di ogni tipo, rappresenta un campo di applicazione particolarmente arduo. La rimozione degli autovelox fissi come strumento di accertamento nelle zone a velocità ridotta lascia ora un vuoto che dovrà essere colmato da una vigilanza attenta e costante, un compito non semplice per le forze dell’ordine locali. La speranza, espressa da molti osservatori, è che la combinazione tra dispositivi informativi, come gli Infovelox, e una campagna di sensibilizzazione possa innescare un cambiamento culturale, abituando progressivamente gli automobilisti a un nuovo ritmo di guida più consono alla dimensione umana della città.




