Il paradosso dei data center: quando l'energia idroelettrica diventa il carburante del cloud

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La domanda di energia elettrica necessaria a sostenere il crescente peso del digitale, e in particolare dell'intelligenza artificiale, sta ridefinendo le strategie dei grandi operatori del settore. L'attenzione si sta spostando sempre più sulle fonti rinnovabili, con l'energia idroelettrica che, per la sua capacità di garantire una fornitura stabile e continuativa, sta emergendo come una soluzione chiave per alimentare i data center.

Un caso emblematico in tal senso è rappresentato dall'italiana Aruba, che ha scelto di investire direttamente in un network di centrali idroelettriche per sostenere il fabbisogno energetico dei propri campus, un modello che solleva interrogativi sulla reale sostenibilità dell'espansione digitale e sul rapporto tra infrastrutture tecnologiche e territorio.

Dietro ogni servizio digitale, infatti, esiste una complessa infrastruttura fisica fatta di server, sistemi di raffreddamento e reti, il cui impatto energetico è ormai sotto la lente di governi, comunità locali e degli stessi giganti del web, che si trovano a dover fronteggiare un paradosso: crescere riducendo le emissioni.

La strategia di Aruba: un network di 11 centrali tra Lombardia, Veneto e Friuli

L'operatore italiano Aruba ha fatto della sostenibilità un pilastro del proprio modello di business, in particolare per il suo Global Cloud Data Center di Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. L'azienda non si limita ad acquistare energia verde sul mercato, ma ha scelto di produrla in proprio, creando un network diffuso di impianti idroelettrici. Attualmente, Aruba detiene centrali idroelettriche per una potenza complessiva di circa 10 MW.

Queste includono una centrale situata all'interno stesso del data center di Ponte San Pietro, alimentata dal fiume Brembo, e altre due nelle vicine località di Paladina e Ponte Briolo. Il network si estende poi fino a Melegnano, sul fiume Lambro, dove Aruba ha riattivato una storica centrale risalente ai primi del Novecento, già dismessa, e ne possiede un'altra acquisita in precedenza. Completano il quadro due centrali sul fiume Astico, a Chiuppano e Calvene in provincia di Vicenza, e una a Pontebba, in Friuli, sul torrente Fella.

Questo investimento, che è stato definito "green-by-design", mira a rendere il data center di Ponte San Pietro un polo tecnologicamente avanzato e a basso impatto ambientale, che oggi si estende su un'area di 200.000 metri quadrati e ospita tre edifici per un totale di oltre 20 MW di potenza.

La corsa all'oro dei data center in Italia e in Europa

Il caso di Aruba è solo un tassello di un fenomeno molto più ampio e complesso. La Lombardia, e in particolare l'hinterland milanese, è diventata un hub nevralgico per la costruzione di nuovi data center in Europa, tanto da essere ribattezzata dai critici come la "Silicon Valley lombarda". La regione concentra da sola il 49% delle richieste di allaccio alla rete elettrica nazionale per data center, una percentuale che sale al 90% se si considera l'intero Nord Italia.

La causa di questa concentrazione è duplice: da un lato, la presenza di un'economia digitale avanzata e di una fitta rete di fibre ottiche; dall'altro, la necessità per i gestori di localizzare le infrastrutture in prossimità dei grandi nodi di scambio di dati, per garantire la bassa latenza richiesta dai servizi moderni.

La tensione sul territorio: il consumo di suolo e le proteste dei cittadini

Tuttavia, questa espansione si scontra con una realtà fatta di spazi fisici e risorse limitate. La realizzazione di un data center non è un processo immateriale: richiede grandi estensioni di terreno, un consumo enorme di energia elettrica e ingenti quantità d'acqua per i sistemi di raffreddamento, che spesso si traducono in nuove sottostazioni elettriche, elettrodotti e un aumento del traffico veicolare.

A Lacchiarella, in provincia di Pavia, la protesta contro la costruzione di un nuovo impianto è esplosa in un'assemblea pubblica "rovente", come l'hanno definita i giornali locali, con i cittadini che contestano la mancata valutazione d'impatto complessiva su un'area che già ospita progetti analoghi, da Amazon ad altri operatori, su una superficie di circa 700.000 metri quadrati.

La sindaca del paese, Antonella Violi, ha difeso l'opera definendo i data center "la spina dorsale del mondo digitale", mentre i comitati civici e il Movimento 5 Stelle hanno presentato una diffida formale, parlando di "gravi e insanabili violazioni di legge" nel percorso autorizzativo.

Risposta istituzionale e prospettive: la legge regionale e il peso delle richieste

Di fronte a queste tensioni, le istituzioni hanno iniziato a muoversi. La Regione Lombardia ha approvato la prima legge italiana dedicata ai data center, che introduce criteri per l'insediamento, dando priorità alle aree dismesse e richiedendo relazioni energetiche obbligatorie. La legge, tuttavia, non vieta la costruzione su suolo agricolo, limitandosi ad aumentare gli oneri a carico dei costruttori, una soluzione che non ha convinto pienamente i comitati locali.

A livello nazionale, il DL Energia 2025 ha introdotto procedure autorizzative uniche per accelerare gli iter, ma il problema di fondo rimane la capacità della rete elettrica nazionale di sostenere i carichi. Secondo Terna, al 30 giugno 2025 le richieste di connessione per nuovi data center in Italia superavano i 300 progetti, per un totale di oltre 50 GW, una cifra che, sebbene in parte speculativa, rappresenta un'enorme pressione sul sistema.

Un dato che fa comprendere come la sfida non sia solo tecnologica o energetica, ma riguardi la capacità di governare una trasformazione che sta ridefinendo i confini tra innovazione digitale e pianificazione territoriale.

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