Meloni e il piano di difesa: "Non chiamiamolo riarmo"
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Redazione Interno
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Il governo italiano, dopo un acceso dibattito interno, ha dato il via libera in linea di principio al piano di difesa europeo, pur con alcune riserve. La premier Giorgia Meloni, intervenendo in serata, ha precisato che le decisioni definitive sull’articolato arriveranno solo nel prossimo consiglio dei ministri, previsto per il 20 e 21 marzo. Il piano, che ha ottenuto il semaforo verde anche per le conclusioni sulla pace in Ucraina, non è però stato accolto all’unanimità. Mentre il vicepremier Antonio Tajani lo ha definito un "buon punto di partenza", Matteo Salvini non ha esitato a criticarlo apertamente, definendolo "sbagliato". Una spaccatura che riflette le tensioni interne alla maggioranza.
Meloni, da parte sua, ha tracciato dei paletti precisi. Pur garantendo sostegno a Kiev, ha sottolineato la necessità di agire in coordinamento con gli Stati Uniti e la Nato. Ha inoltre ribadito l’importanza di aumentare i fondi per la difesa senza intaccare le risorse destinate al welfare, alla sanità e alla scuola. "Non chiamiamolo riarmo", ha precisato, criticando il nome "ReArm Ue" scelto per il piano. Secondo la premier, la denominazione è "infelice" e non rende giustizia al lavoro svolto, rischiando di trasmettere un messaggio fuorviante. Ha inoltre espresso contrarietà all’uso dei fondi di coesione per finanziare la difesa, una posizione che ha trovato spazio nel testo finale, dove si specifica che tale opzione non sarà obbligatoria.
Il piano, che prevede un investimento complessivo di 800 miliardi di euro, è stato presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Tuttavia, come ha fatto notare Meloni, il progetto sovrappone livelli diversi, creando una distinzione che avrà ripercussioni anche sulle prospettive finanziarie dell’Italia. Una parte del finanziamento, pari a 150 miliardi di euro, potrebbe essere coperta attraverso un’emissione comune di debito europeo, sul modello del pacchetto "Sure" ideato durante la pandemia. Una soluzione che, secondo la premier, potrebbe alleggerire il peso del debito sui singoli Stati membri.
Meloni ha inoltre accolto con favore l’idea di allentare il Patto di stabilità, scorporando gli investimenti per la difesa dai vincoli di bilancio. Una mossa che, se approvata, potrebbe rappresentare un passo significativo verso una maggiore flessibilità fiscale per l’Italia, da anni alle prese con regole di bilancio stringenti. La premier ha ribadito la necessità di garantire prestiti europei per sostenere gli sforzi di difesa, escludendo però l’utilizzo dei fondi di coesione, destinati a progetti di sviluppo e sociali.
Il dibattito sul piano di difesa si intreccia con le tensioni interne al governo, dove le divergenze tra i vicepremier Salvini e Tajani continuano a emergere con toni accesi. Mentre il leader della Lega non ha risparmiato critiche, definendo il piano "sbagliato", Tajani ha espresso un giudizio positivo, sottolineandone il potenziale come base di partenza. Una divisione che rischia di complicare ulteriormente il percorso del governo, già alle prese con sfide economiche e sociali di non poco conto.




