Graziano Mesina, morto a 83 anni il bandito che non smise mai di fuggire
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Redazione Interno
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La vita di Graziano Mesina, spentasi ieri a Milano dopo una lunga battaglia contro il cancro, si è consumata tra evasioni, sequestri e una grazia che non riuscì a cancellarne il passato. Ottantatré anni, di cui quaranta trascorsi dietro le sbarre, Mesina è stato uno degli ultimi banditi di quella Sardegna ribelle che ha prodotto figure come Salvatore Giuliano e Piero Cavallero. Ma ridurlo a un semplice criminale sarebbe un errore: la sua storia, intricata e contraddittoria, affonda le radici in un’infanzia di povertà e in un’esistenza segnata dalla fuga.
Nato a Orgosolo, penultimo di undici figli in una famiglia di pastori, Mesina – chiamato affettuosamente Grazianeddu fin da bambino – raccontò a Indro Montanelli, durante un’intervista nel 1992, le ragioni della sua ribellione. "I miei erano poveri, io ero scintillante", disse, descrivendo con orgoglio le sue evasioni, come quella spettacolare dal carcere di Nuoro nel 1981, quando si calò da una finestra con una corda fatta di lenzuola. Liberato in via condizionale dopo trent’anni di detenzione, visse per un periodo ad Asti, ospite di una famiglia di connazionali che gli offrì lavoro. Ma il richiamo della latitanza, per lui, fu sempre più forte.
Tra le ombre che ancora avvolgono la sua figura c’è il rapimento di Farouk Kassam, il bambino di sei anni sequestrato nel 1968 e liberato solo dopo il taglio di un orecchio. Mesina, pur essendo stato graziato per quel reato nel 1992, non chiarì mai pienamente il suo ruolo. Kassam, oggi adulto, ha scelto di non chiedere spiegazioni, preferendo un silenzio rispettoso. "Penso tutti i giorni al mio rapimento, ma non gli ho mai chiesto nulla", ha dichiarato, senza rancore ma senza concessioni.




