Graziano Mesina, il bandito sardo morto dopo una vita tra crimine e leggenda
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Graziano Mesina, soprannominato Grazianeddu, è morto ieri a Milano a 83 anni, chiudendo una storia criminale che ha attraversato mezzo secolo. Quaranta di quegli anni li ha passati in carcere, tra evasioni rocambolesche, condanne e una grazia che non ha interrotto il suo legame con la vita fuorilegge. Nato in una famiglia povera di pastori, undicesimo di dodici figli, Mesina iniziò presto la sua carriera criminale, a soli 14 anni, diventando un simbolo del banditismo sardo, accanto a nomi come Salvatore Giuliano e Piero Cavallero.
La sua morte, causata da un male incurabile, è arrivata poche ore dopo il trasferimento dall’istituto di pena di Opera all’ospedale San Paolo, autorizzato dal Tribunale di sorveglianza. Ma la sua figura, divisa tra mito e realtà, rimane legata a episodi violenti che hanno segnato la cronaca nera italiana. Tra questi, il rapimento di Farouk Kassam, un bambino di origini egiziane sequestrato nel 1961, a cui fu tagliato un orecchio. Kassam, oggi adulto, ha sempre mantenuto un atteggiamento distaccato verso Mesina, evitando di chiedergli spiegazioni dirette. «Penso tutti i giorni al mio rapimento», ha detto in passato, «ma non gli ho mai chiesto nulla».
Le evasioni di Mesina sono diventate leggenda, così come i suoi covi nelle campagne di Cingoli, scoperti grazie a un dettaglio apparentemente insignificante: l’Ave Maria di Schubert, suonata da un complice, che rivelò la posizione dei nascondigli. La sua vita è stata un susseguirsi di fughe e arresti, fino alla cattura definitiva negli anni ’90. Nel 1992, in libertà condizionale, Mesina raccontò la sua storia a Indro Montanelli, descrivendo un’infanzia di povertà e ribellione. «Ero scintillante», disse, parlando di sé con un misto di orgoglio e fatalismo.




