Leone XIV e quel peso della croce che nessun leader può scaricare
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Redazione Interno
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La prima stazione è sempre quella del giudizio. Gesù di fronte a Pilato, il potere che interroga l’innocenza. E già qui, nella notte del Venerdì Santo, papa Leone XIV ha voluto incidere un solco profondo nei cuori dei fedeli accorsi al Colosseo – circa trentamila, secondo le stime -2 – e in quelli, ben più lontani, dei leader mondiali. «Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti, e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento»: la frase, asciutta e tagliente come una lama, non aveva bisogno di nominare nessuno. Perché i nomi, in queste sere, li scrive la cronaca, non la liturgia. E la cronaca racconta di guerre, di veti incrociati alle Nazioni Unite, di bombe che continuano a cadere nonostante i proclami di tregua. Lui, il pontefice americano che siede sulla cattedra di Pietro da meno di un anno, ha scelto di non restare a guardare. E lo ha fatto nel modo più clamoroso, forse, da quel lontano 1995 quando Giovanni Paolo II, dopo l’operazione all’anca, si era caricato il legno solo per un tratto del percorso.
Un silenzio che pesa più di mille parole
Sono le 21,15 quando Leone XIV inizia il suo cammino. Ma l'attesa, per chi è arrivato dal primo pomeriggio – classi dalla Francia, pellegrini dall'Indonesia, fedeli spagnoli e qualche statunitense – è stata una preghiera laica, fatta di chiacchiere e di sguardi puntati verso l'ingresso del Parco del Celio. Il Papa, in questa edizione della Via Crucis, ha portato la croce per tutte e quattordici le stazioni. Un gesto che è un a corpo con il simbolo, una fatica voluta. «Cristo soffre ancora – aveva spiegato nei giorni scorsi – e porto tutta questa sofferenza anche nelle mie preghiere». Le meditazioni, scritte da padre Francesco Patton, già Custode di Terra Santa, non hanno usato mezzi termini: hanno parlato di «madri che piangono i figli falcidiati nelle zone di guerra», di «potere di avviare un conflitto o di terminarlo». Non c’è astratta devozione, qui. C’è l’esercizio duro di una fede che si sporca le mani con la realtà. Il rito della Passione, celebrato prima in San Pietro, lo aveva visto prostrato a terra, scalzo, nel momento dell'adorazione della croce: un atto di penitenza che suona come una supplica collettiva.
Telefonate in giornata: le diplomazie del dolore
Prima di varcare l’Arco di Costantino, però, il Papa ha impugnato un altro strumento, meno sacro ma altrettanto potente: il telefono. Due le chiamate ufficiali, confermate dalla sala stampa vaticana, che hanno disegnato il perimetro di una diplomazia umanitaria in piena regola. La prima con Isaac Herzog, presidente di Israele. Il comunicato vaticano parla di «necessità di riaprire tutti i possibili canali di dialogo diplomatico, per porre fine al grave conflitto in corso» e di «proteggere la popolazione civile». Dall’altra parte, Herzog ha portato la sua versione dei fatti, ricordando la «minaccia di attacchi missilistici da parte del regime iraniano». Una distanza di accenti che dimostra quanto sia stretto il filo su cui il pontefice cammina. L’altra telefonata è stata con Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino ha ringraziato e rinnovato l’invito a Kiev, mentre il Papa ha ribadito la «vicinanza al popolo ucraino» e l’urgenza di iniziative umanitarie, specie per la liberazione dei prigionieri. In entrambi i casi, l’augurio finale è stato identico: «una pace giusta e duratura».
L’autorità davanti a Dio, l’unico giudice che conta
Torniamo al Colosseo, dove le fiaccole disegnano ombre antiche. La forza di questa Via Crucis, forse, sta proprio nel suo rifiuto dell’astrazione. Non è una preghiera generica per la pace, ma un atto d’accusa puntuale. Le meditazioni ricordano che «ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto»: che si tratti di educare alla violenza o alla riconciliazione, di opprimere i popoli o di liberarli dalla miseria. Ecco, il messaggio è lì, inequivocabile. Mentre la Casa Bianca – quella sì, tornata sotto la presidenza di Trump – usa talvolta un linguaggio che arruola la fede nella propaganda bellica, Leone XIV sposta l’asticella. Non parla di crociate né di scontri di civiltà. Parla di responsabilità individuale di fronte al divino. «Mai la guerra è santa, solo la pace è santa, perché voluta da Dio», aveva detto in un’altra occasione, ma il concetto risuona perfettamente anche qui. Portare la croce, per un pontefice, non è solo un atto di devozione personale. È un segnale al mondo. È dire che chi avvia una guerra, chi la alimenta, chi la usa come strumento politico, si sta caricando di un peso che non potrà mai scaricare. Né sulla storia, né sulla coscienza altrui.




