Blitz a Morena, il boss «Maverick» gestiva il cartello di droga dal «Grand hotel» Rebibbia
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Redazione Interno
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L’alba si è aperta con l’irruzione dei reparti speciali del Gis in una villa di via del Fontanile Anagnino, nella zona di Morena, dove i carabinieri – in assetto da guerra – hanno circondato uno dei covi utilizzati dall’organizzazione riconducibile ai boss Giuliano Cappoli, noto come «Maverick», e Manuel Grillà, soprannominato «Neymar». All’interno di quell’abitazione, trasformata in un campo base per la latitanza, hanno trovato un pregiudicato cileno fatto arrivare appositamente dalla Spagna; il suo compito, nelle intenzioni del sodalizio criminale, era quello di eseguire omicidi sulle strade della Capitale, un piano criminoso che è stato però stroncato sul nascere dall’operazione della Direzione Distrettuale Antimaila.
Il telefonino criptato e le celle del «Grand hotel»
Le indagini hanno rivelato uno spaccato inquietante della vita detentiva, dimostrando come la presenza dietro le sbarre non rappresentasse affatto un ostacolo per i vertici del clan. Giuliano Cappoli, mentre era recluso nel carcere di Rebibbia, continuava a impartire ordini grazie all’uso di telefonini criptati, riuscendo a gestire il giro d’affari millionario con la stessa disinvoltura con cui si amministra un ufficio. È eloquente, a questo proposito, la frase intercettata lo scorso 8 novembre, quando il diretto interessato o uno dei suoi sodali – riferendosi all’istituto di via Tiburtina – lo definiva sprezzantemente un «grand hotel»; ne emerge la chiara percezione di un ambiente dove le regole sono talmente malleabili da permettere ai boss di sentirsi ospiti, piuttosto che detenuti.
A confermare questo modus operandi ci ha pensato il pentito Fabrizio Capogna, compagno di cella di «Maverick» tra il 2020 e il 2021: proprio lui ha rivelato di aver condiviso con il capo l’uso di un telefono cifrato, attraverso il quale apprendevano dettagli cruenti di ciò che accadeva all’esterno, come il sequestro di Alfredo Le Donne – avvenuto per un debito attribuito al figlio – o l’accoltellamento di un cittadino albanese in territorio spagnolo. La leadership di Cappoli era tale che, anche da dietro le sbarre, riusciva a decidere la dislocazione dei nuovi giunti nei vari reparti, in una sorta di gestione parallela della struttura.
Un milione di liquidità e i rapporti con i super boss
L’inchiesta, che ha portato all’arresto di ventuno persone – tra cui figure di spicco come Manuel Grillà, «Neymar», e Davide Magozzi, detto «Billo», quest’ultimo ricopriva il ruolo di “retta”, ovvero il custode dei carichi di droga – ha documentato una cospicua liquidità. I flussi finanziari illeciti raggiungevano cifre ragguardevoli, abbondantemente superiori al milione di euro in contanti, nascosti per alimentare il traffico internazionale di stupefacenti che riforniva le piazze romane. Ma la forza del gruppo non risiedeva solo nel denaro: i legami con i vertici della criminalità romana, in primis con Leandro Bennato e Giuseppe Molisso (eredi del clan Senese) e con l’albanese Elvis Demce, garantivano a «Maverick» e «Neymar» una rete di protezione e fornitura che andava molto oltre la loro autonomia operativa.
La faida, gli agguati e le tre porte esplose
La violenza è stata una costante nell’esistenza di questa consorteria, tanto che gli investigatori sono riusciti a evitare una vera e propria escalation di sangue che già aveva macchiato i quartieri romani con agguati e tentati omicidi. Fa parte di questo scenario l’ennesimo colpo inferto al clan Senese, che ha visto i carabinieri costretti a intervenire per fermare una faida scatenata tra famiglie rivali. Le cronache dell’operazione ricordano i raid punitivi e i sequestri di persona messi in atto per recuperare i crediti della droga, come quello avvenuto ai danni di un pusher insolvente, portato perfino all’interno di una chiesa per essere selvaggiamente picchiato con il calcio di una pistola.
Proprio per fermare questa spirale di violenza è scattato il blitz dei Gis: l’esplosione di tre porte – avvenuta alle quattro del mattino nella villa di Morena – ha rappresentato il punto di arrivo di un’indagine durata un anno, durante la quale la procura e l’Arma hanno monitorato passo dopo passo i piani criminali. La scelta di far arrivare il sicario cileno dalla Spagna dimostra la pericolosità e l’organizzazione paramilitare del gruppo, che aveva persino la capacità di muovere risorse umane da un paese all’altro per risolvere i propri conti in sospeso. La Dda, attraverso le intercettazioni e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ha così ricostruito un meccanismo perfetto dove il carcere, la violenza e le alleanze con i “super boss” si intrecciavano per mantenere il controllo territoriale.




