Lo Stretto di Hormuz e il “nuovo ordine” dei Pasdaran: 15 navi autorizzate in 24 ore
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Redazione Esteri
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Dallo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il trasporto del greggio, giunge un annuncio che riscrive le regole della navigazione in quel tratto di mare: i Guardiani della Rivoluzione, meglio noti come Pasdaran, hanno parlato esplicitamente di un “nuovo ordine”, destinato a non ripristinare mai più le condizioni di transito antecedenti l’inizio del conflitto in corso. Un avvertimento, questo, che pesa in modo particolare sulle flotte battenti bandiera statunitense e israeliana, esplicitamente menzionate come soggetti verso i quali le vecchie garanzie non torneranno in vigore. Nelle ultime ventiquattr’ore, stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa Fars – organo strettamente legato al delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc) – sarebbero state quindici le navi autorizzate a effettuare l’attraversamento. Una cifra, va detto, che appare quasi simbolica se paragonata al traffico medio che un tempo solcava quelle acque, ma che assume invece un peso politico notevole nel contesto attuale.
Le cifre del passaggio e la nuova tassa occulta
L’agenzia Fars non ha fornito dettagli sulle nazionalità di quei quindici scafi, né sulla natura del carico trasportato; si è limitata a certificare il numero, lasciando intendere che si tratti di una sorta di “goccia contata” nel rubinetto dello Stretto. Secondo stime raccolte e diffuse da Bloomberg, alcune compagnie di navigazione starebbero sborsando cifre intorno ai due milioni di dollari per ogni singolo passaggio. Una somma, quest’ultima, che se moltiplicata per le circa centoquaranta navi che un tempo transitavano mediamente ogni giorno – e che oggi potrebbero richiedere l’autorizzazione – genererebbe un giro d’affari annuo superiore ai cento miliardi di dollari, come suggerito da fonti iraniane vicine al dossier. In altre parole, Teheran starebbe trasformando lo Stretto in una sorta di pedaggio implicito, dove il favore dell’attraversamento si paga a caro prezzo, magari con sconti riservati ai cosiddetti paesi “non ostili” decifrabili solo attraverso un listino criptato dai Pasdaran.
Il rifiuto di una tregua e la proposta del Pakistan
Nel frattempo, il governo di Teheran ha escluso con chiarezza l’ipotesi di riaprire lo Stretto in cambio di una tregua temporanea, smentendo così qualsiasi possibile collegamento tra le concessioni militari e una sospensione delle ostilità. Una proposta in tal senso – arrivata dal Pakistan – è stata ricevuta e ora si trova al vaglio delle autorità iraniane, senza che per ora ne siano trapelati i contenuti specifici né le eventuali contropartite richieste. La linea dei Pasdaran appare netta: non si torna indietro. E a sostegno di questa fermezza, la marina di Teheran avrebbe colpito una portacontainer israeliana, sebbene l’agenzia Fars non abbia fornito né il nome dell’unità né le circostanze esatte dell’attacco, limitandosi a confermare l’azione come parte di una strategia più ampia di pressione.
Energia sottoterra: il piano di Netanyahu per aggirare i “Mari di Fuoco”
Di fronte a questa chiusura dello Stretto e all’incertezza che grava sui cosiddetti “choke point” marittimi – quei colli di bottiglia dove una scintilla può far impennare il prezzo del barile – il mondo dell’energia sta cercando rotte alternative. È in questo quadro che si inserisce la proposta del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, il quale ha sostenuto con chiarezza che la sicurezza energetica non può più dipendere da passaggi così vulnerabili. Il suo piano, giudicato ambizioso da più parti, punta a spostare l’asse del potere energetico verso il Mediterraneo, facendo correre il futuro del greggio e del gas non più sulla superficie delle acque, ma sottoterra. Un’infrastruttura capace di tagliare fuori gli stretti minacciati dall’Iran, ridisegnando la mappa globale delle rotte energetiche attraverso un’alleanza di fatto tra Israele e la Penisola Arabica. L’asta sullo Stretto di Hormuz, insomma, è già cominciata, e le conseguenze si misurano in milioni di dollari a bordo nave.




