Il governo condanna studenti e docenti alla precarietà, l'Europa bacchetta l'Italia sul sostegno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un sistema che, poggiando su basi fragili e temporanee, nega di fatto i principi di equità e inclusione che pure dichiara di perseguire: è la fotografia della scuola italiana scattata dalle istituzioni europee e rilanciata con forza dall'opposizione parlamentare. Daniela Morfino, deputata del Movimento 5 Stelle, annuncia infatti un’interpellanza al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, dopo le pesanti conclusioni del Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa. L’organismo, in una dichiarazione unanime, ha stabilito che l’Italia viola il diritto fondamentale degli insegnanti di sostegno «a guadagnarsi la vita con un lavoro liberamente intrapreso», a causa del ricorso sistematico a contratti a termine e della carenza di formazione specifica, che riguarderebbe circa un terzo del Corpo docente dedicato.

Una condanna che arriva da lontano

La decisione del Consiglio d’Europa, che fa seguito a un reclamo presentato anni fa dall’Anief, il sindacato autonomo dei docenti, rappresenta l’epilogo formale di una battaglia legale lunga e complessa. Daniela Rosano, segretaria generale dell’Anief, sottolinea come oltre la metà dei precari nella scuola italiana sia composta proprio da insegnanti di sostegno, i quali, a causa della storica carenza di corsi di specializzazione, si vedono preclusa la stabilità contrattuale. A questo si aggiunge, come fatto notare dalla sindacalista, una norma "sui posti in deroga" che, prevedendo espressamente l’assegnazione a supplenti, cristallizza una condizione di instabilità permanente, destinata a ripercuotersi inevitabilmente sugli alunni più fragili.

La continuità didattica negata

La precarietà strutturale denunciata dalla parlamentare del M5S, la quale parla senza mezzi termini di una “condanna” emanata dal governo, ha infatti un effetto diretto e devastante sulla qualità del percorso educativo degli studenti con disabilità. La mancanza di continuità nella figura di riferimento pedagogico, costretta a cambiare spesso da un anno all’altro o addirittura nel corso dello stesso anno scolastico, mina alla base il rapporto di fiducia e la costruzione di un progetto educativo personalizzato ed efficace. Sono proprio gli alunni, dunque, a pagare il prezzo più alto di un meccanismo che, come evidenziato dalle sentenze europee, trasforma un diritto in una precaria concessione.

Le reazioni e lo scontro politico

Le critiche del Comitato europeo hanno sollevato un vivace dibattito e acceso lo scontro politico. Se da un lato l’Anief e la Flc Cgil, insieme all’opposizione in Parlamento, hanno colto l’occasione per rilanciare le proprie accuse di immobilismo, dall’altro il ministro Valditara ha trovato una linea di difesa presso alcune associazioni di genitori di figli con disabilità. La lettura ministeriale delle conclusioni europee, tuttavia, viene apertamente contestata dai sindacati, che vedono in quella dichiarazione una conferma inequivocabile delle gravi lacune del sistema. Il reclamo vinto in Europa dall’Anief, in particolare, conferma la natura sistemica del problema, andando oltre le contingenze politiche e indicando una violazione strutturale dei patti sociali sottoscritti dall’Italia.

Il caso, che si intreccia con altre inchieste giudiziarie sul mondo della scuola spesso finite alla ribalta della cronaca per episodi di malaffare o gestioni opache, mette in luce una ferita aperta nell’istruzione pubblica. Senza una riforma organica che affronti il nodo della stabilizzazione e della formazione specialistica, come chiesto a gran voce dall’Europa, il rischio concreto è che migliaia di docenti e di studenti restino imprigionati in un circuito di incertezza, dove l’inclusione rimane più un enunciato di principio che una pratica quotidiana garantita.

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