Tether: utile da 10 miliardi e l’ambizione di diventare una “banca centrale dell’oro”
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Redazione Economia
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La società dietro lo stablecoin Usdt, Tether, ha chiuso l’esercizio 2025 con un utile netto attestato a 10,1 miliardi di dollari, una cifra monumentale che, seppur in calo del ventitré percento rispetto ai 13 miliardi del 2024, conferma la sua straordinaria capacità di generare profitti nell’ecosistema delle criptovalute. I conti, revisionati e certificati da Bdo Italia, non solo ne validano la solidità finanziaria ma palesano una riserva di cuscinetto, un buffer di sovracollateralizzazione, che ammonta a oltre 6,3 miliardi, a garanzia degli token in circolazione. La flessione del risultato, d’altronde, trova una spiegazione plausibile nel contesto macroeconomico, legandosi in particolare al rendimento medio dei Treasury Bill statunitensi, sceso dal 5,12-5,16% del 2024 al 4,33% dell’anno scorso, aspetto che inevitabilmente incide su un portafoglio riserve così esposto agli strumenti del debito pubblico americano.
La strategia oltre i numeri
Al di là dei bilanci, che pure restano il termometro più affidabile per misurare la salute di un’azienda, Tether sta progressivamente delineando una strategia di più ampio respiro, ambiziosa e per certi versi inedita, che punta a trasformarla da emittente di una moneta digitale ancorata al biglietto verde a un attore primario nel mercato dell’oro. L’obiettivo dichiarato, come è emerso dalle recenti dichiarazioni, è quello di ergersi a una sorta di “banca centrale dell’oro”, un proposito che suscita non poche perplessità tra gli osservatori più attenti, i quali mettono in guardia dai rischi di una simile corsa all’accumulo del metallo prezioso. Questa deriva, che alcuni definiscono una fuga verso asset tradizionali in un periodo di incertezze geopolitiche, stride con la natura stessa della finanza decentralizzata e solleva interrogativi sulla futura stabilità dell’ecosistema.
Le ombre di una corsa al metallo giallo
La domanda su chi stia trainando l’attuale rally dei prezzi dell’oro, infatti, non ha una risposta univoca e vede in campo una pluralità di soggetti, dalle banche centrali dei paesi emergenti ai singoli risparmiatori orientali, fino ad arrivare a operatori istituzionali che cavalcano un momentum trade ormai consolidato. In questo panorama complesso, l’ingresso massiccio di Tether come acquirente rilevante introduce un elemento di ulteriore distorsione, spingendo il valore del bene rifugio per eccellenza ma aprendo al contempo scenari di potenziale instabilità. L’azienda, nata nel 2014 da un’idea vincente di Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino, sembra così voler riscrivere il proprio ruolo, allontanandosi parzialmente dalle proprie radici per abbracciare logiche di investimento più convenzionali, seppur su scala gigantesca.
Un futuro tra cripto e oro
La transizione verso questo nuovo modello, che affianca alla gestione dello stablecoin una politica di accaparramento di oro fisico, rappresenta una scommessa non priva di rischi, soprattutto in un contesto globale dove le politiche monetarie, anche alla luce della nuova amministrazione Trump alla Casa Bianca, potrebbero conoscere svolte improvvise. L’accumulo di riserve in eccesso, se da un lato è indice di prudenza e garanzia per i detentori di Usdt, dall’altro lega sempre più il destino della stablecoin alle oscillazioni di un mercato, quello aurifero, notoriamente volatile e sensibile a dinamiche speculative. Rimane da vedere se questa scelta, dettata forse dalla ricerca di una legittimazione tradizionale o da una visione strategica a lungo termine, finirà per consolidare la posizione di Tether o ne minerà, nel tempo, la credibilità agli occhi di quanti vedono nelle criptovalute un’alternativa radicale al sistema finanziario classico.




