OpenAI, il conto della corsa all’AI: 278 miliardi di dollari bruciati entro il 2030
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Redazione Economia
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OpenAI si prepara a bruciare quasi 280 miliardi di dollari di cassa entro la fine del decennio. Non è una stima elaborata dagli analisti di Wall Street, ma una previsione contenuta in una presentazione aziendale visionata dal Financial Times. La cifra esatta è 278 miliardi di dollari di free cash flow negativo cumulativo tra il 2026 e il 2030. È una distinzione importante: non significa che OpenAI perderà 278 miliardi nel solo 2030, né che quella sarà la sua spesa complessiva.
Il documento, risalente allo scorso luglio e legato a un accordo sul computing, delinea un quadro finanziario in cui i ricavi crescono a ritmi sostenuti ma non sufficienti a coprire le uscite. OpenAI prevede che il fatturato passerà dai 36 miliardi di dollari di quest’anno ai 350 miliardi nel 2030, con un totale di 840 miliardi incassati nell’arco del quinquennio. Le spese per potenza di calcolo e infrastrutture, la voce più pesante, sono stimate in circa 856 miliardi nello stesso periodo. Il divario è evidente.
La società ha già incassato 122 miliardi di dollari a marzo, in un round che ha portato la sua valutazione a 852 miliardi. Secondo la presentazione, tuttavia, quel capitale sarebbe destinato a esaurirsi nel 2028, due anni prima della fine del periodo coperto dalle previsioni. OpenAI ha avviato nuove interlocuzioni con potenziali investitori: alcuni si sono fatti avanti proponendo una valutazione di 1.200 miliardi, ma l’azienda punterebbe a una cifra più alta.
La partita si gioca sulla capacità di sostenere contratti e impegni hardware con partner come Nvidia, Oracle e il business dei data center di SoftBank, per i quali OpenAI rappresenta ormai un riferimento cruciale per i ricavi futuri.
Mentre i conti delineano un fabbisogno finanziario imponente, sul fronte della governance dell’intelligenza artificiale si muovono altri attori. Oltre 100 esperti hanno firmato una lettera aperta promossa dal consorzio AI Evaluator Forum, chiedendo ad Anthropic e OpenAI di aprire le porte a valutatori indipendenti incaricati di verificare la sicurezza dei loro sistemi.
Tra i firmatari figurano Geoffrey Hinton, considerato uno dei padri dell’intelligenza artificiale, insieme a ricercatori e accademici legati alla Johns Hopkins University, alla Stanford University e all’organizzazione no-profit Metr. La richiesta ricalca un’idea già avanzata nei giorni precedenti da Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che aveva proposto di concedere a revisori esterni un accesso simile a quello dei dipendenti per esaminare i modelli di frontiera e i processi di sviluppo.
La lettera elenca cinque condizioni minime per rendere credibile il lavoro dei valutatori: indipendenza proprietaria e commerciale, accesso agli stessi sistemi e dati disponibili ai vertici aziendali, trasparenza sui metodi e sui risultati, protezione da ritorsioni e possibilità di comunicare direttamente con i consigli di amministrazione. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha dichiarato di condividere l’esigenza di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati e di voler introdurre valutatori indipendenti con accesso equiparato a quello dei dipendenti.
La coordinazione tra i laboratori, confermata da OpenAI, prosegue da diverse settimane e coinvolge anche Google DeepMind
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