OpenAI chiude un round record da 122 miliardi, valutazione a 852 miliardi in attesa dell’Ipo
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Redazione Economia
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Non c’è solo SpaceX, nel 2026, a contendersi il Titolo di Ipo più attesa dell’anno, perché a scombinare i piani – e a portare a casa un primato che sembrava destinato ad altri – ci ha pensato OpenAI. La società guidata da Sam Altman, che proprio in questi mesi sta preparando l’approdo sul Nasdaq, ha chiuso ieri il più grande round di finanziamento nella storia della Silicon Valley, un’operazione da 122 miliardi di dollari che spinge la valutazione del gruppo fino a 852 miliardi. Una cifra, quest’ultima, che inCorpora i capitali appena raccolti e che colloca l’azienda nata come laboratorio di ricerca non profit tra i giganti tecnologici più capitalizzati al mondo, scalzando di fatto molte delle certezze sulla gerarchia di valore nel settore dell’intelligenza artificiale.
A trainare l’operazione, come era nell’aria già da febbraio quando si parlava di impegni per 110 miliardi, ci sono tre colossi del settore: Amazon, Nvidia e SoftBank. Il primo ha messo sul piatto fino a 50 miliardi, anche se una fetta consistente di questa somma – 35 miliardi per l’esattezza – è legata al raggiungimento di due specifici traguardi, ovvero la quotazione in Borsa o il conseguimento dell’intelligenza artificiale generale (AGI). Gli altri due partner strategici hanno invece contribuito con 30 miliardi ciascuno, mentre Microsoft, socio storico di OpenAI fin dagli esordi, ha partecipato senza che l’esatta entità del suo nuovo impegno venisse resa nota. La particolarità di questo round, che lo rende ancora più anomalo nel panorama delle start-up tech, risiede però nell’allargamento della base degli investitori: per la prima volta, attraverso i canali bancari, è stato permesso l’ingresso anche a singoli individui, che hanno sottoscritto azioni per circa 3 miliardi di dollari.
Numeri da capogiro e la corsa alla redditività
I dati diffusi dalla società al momento della chiusura del round dipingono un quadro di crescita impressionante, ma non privo di ombre strutturali. OpenAI genera attualmente ricavi mensili per 2 miliardi di dollari, con un fatturato annuo che ha chiuso a 131 miliardi nello scorso esercizio; il segmento enterprise, in particolare, vale già oltre il 40% del totale e, stando alle proiezioni interne, dovrebbe raggiungere la parità con quello consumer entro la fine del 2026. A sostenere queste cifre c’è ChatGPT, che conta più di 900 milioni di utenti attivi ogni settimana e una base di 50 milioni di abbonati paganti, numeri che l’azienda non esita a definire quattro volte superiori al tasso di crescita di colossi come Alphabet o Meta nei loro primi anni di vita. Tuttavia, e si tratta di un aspetto che gli analisti sottolineano con crescente insistenza, OpenAI resta ancora lontana dalla redditività. Secondo alcune stime, il modello di business attuale brucia liquidità a un ritmo insostenibile, con una spesa infrastrutturale – solo per data center e chip – che dovrebbe aggirarsi sui 600 miliardi di dollari entro il 2030, un impegno finanziario che rende il cammino verso l’utile più simile a una maratona che a uno sprint.
Le divergenze interne sulla tempistica dell’Ipo
Mentre il mercato guarda con crescente interesse alla data del debutto in Borsa, prevista da molti osservatori entro la fine del 2026, all’interno dell’azienda sembrano emergere visioni non del tutto allineate sui tempi di questa transizione. Da un lato, Sam Altman – che ha più volte ribadito la volontà di procedere spedito verso la quotazione – spinge per mantenere fede al calendario comunicato, anche per non disperdere l’entusiasmo generato dal maxi-round e per capitalizzare l’attuale momento di grazia mediatica. Dall’altro, la chief financial officer Sarah Friar, pur riconoscendo che l’Ipo rappresenta “un momento di costruzione della fiducia” e una sorta di “buona igiene” aziendale, avrebbe espresso più di un dubbio sulla prontezza della società, suggerendo forse una maggiore cautela. A complicare ulteriormente il quadro c’è Amazon: il colosso dell’e-commerce ha condizionato buona parte del suo investimento (35 miliardi) proprio al verificarsi dell’Ipo o al traguardo dell’AGI, una clausola che di fatto trasforma il debutto in Borsa non solo in un’opportunità ma in una necessità contrattuale.
Un’operazione da record in un anno di Ipo tecnologiche
Il 2026 si sta configurando, ormai senza più ombra di dubbio, come l’anno delle grandi discese in campo da parte del mondo tech. Accanto a OpenAI, a muoversi su questo stesso terreno ci sono Anthropic – altro nome di spicco nell’intelligenza artificiale – e SpaceX, l’azienda spaziale di Elon Musk che molti analisti indicano come candidata a stabilire un nuovo primato nella storia delle quotazioni. In questo contesto di competizione serrata per accaparrarsi i capitali degli investitori pubblici, la mossa di OpenAI di assicurarsi 122 miliardi in assetto privatissimo rappresenta un vantaggio non trascurabile, una sorta di polizza che garantisce liquidità per gli investimenti in ricerca e sviluppo anche in caso di andamento altalenante dei mercati nei prossimi mesi. Resta da vedere, e sarà probabilmente il tema caldo dei prossimi roadshow, come verrà raccontata agli investitori retail la distanza tra gli 852 miliardi di valutazione teorica e una redditività ancora tutta da costruire, in un settore dove i margini di errore – e le aspettative – sono storicamente spietati.




