SpaceX, dopo il record dell’Ipo il gruppo di Musk si prepara a un maxi-bond da 20 miliardi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non c’è tempo per assestarsi, a SpaceX, dopo lo storico sbarco al Nasdaq. La società fondata da Elon Musk, forte di una capitalizzazione che ha ampiamente superato i duemila miliardi di dollari nelle primissime sedute, sta già preparando il terreno per un’altra operazione finanziaria di primaria grandezza: un’emissione obbligazionaria da almeno 20 miliardi di dollari, la prima nel suo genere per il gruppo aerospaziale e dell’intelligenza artificiale.

Secondo quanto si apprende da fonti vicine alla vicenda, le prime call con gli investitori per sondare il terreno e presentare i dettagli dell’offerta potrebbero partire già dalla prossima settimana, a dimostrazione di una strategia che intende capitalizzare immediatamente lo slancio del debutto in Borsa per strutturare un indebitamento a lungo termine a condizioni vantaggiose.

Questo bond, che verrebbe collocato sul mercato con un rating investment grade già assegnato dalle principali agenzie di rating, servirebbe in prima istanza a rifinanziare un ponte da 20 miliardi di dollari, contratto lo scorso marzo in occasione dell’acquisizione della startup di intelligenza artificiale xAI, operazione che ha di fatto trasformato l’identità di SpaceX in un conglomerato ibrido capace di coniugare la space economy con l’AI più avanzata.

L’acquisizione di Cursor e la guerra dei target price

Il debutto record di SpaceX, che con la sua offerta pubblica iniziale ha raccolto 86 miliardi di dollari e ha visto il titolo schizzare del 37% nei primi scambi, ha già proiettato l’azienda in una dimensione da blue chip mondiale, nonostante i conti trimestrali presentino ancora perdite nette consistenti, un gap che il mercato sembra però disposto a colmare guardando agli utili futuri generati dall’intelligenza artificiale. a innescare un ulteriore rialzo, e a scatenare una vera e propria disputa tra gli analisti sui target price, è stata l’acquisizione di Cursor, la popolare piattaforma di programmazione AI, per la cifra di 60 miliardi di dollari in azioni.

Un’operazione che, secondo Timothy Horan di Oppenheimer, è “altamente vantaggiosa per entrambe le parti” in quanto consente a Cursor di accedere alla potenza di calcolo necessaria per addestrare i suoi modelli, mentre SpaceX si impossessa di un talento ingegneristico, di dati preziosi e di una base utenti di oltre un milione di sviluppatori, elementi che l’analista definisce cruciali per completare il suo “flywheel” dell’AI.

Sulla scia di questa operazione, Horan ha alzato il suo target price sul titolo SpaceX fino a 250 dollari entro la fine dell’anno, rispetto a una previsione precedente di 190 dollari, una stima che si contrappone a quelle di altri analisti più cauti, i quali preferiscono concentrarsi sulla prudenza dopo un rally così vertiginoso.

L’industria spaziale tra capitali e infrastrutture

A ben vedere, l’ingresso di SpaceX nei mercati del debito e la sua stessa folgorante carriera borsistica rappresentano un termometro perfetto per misurare la maturità raggiunta dall’intera filiera dell’economia spaziale, un settore che ha smesso di essere un’astrazione futuribile per diventare materia industriale concreta.

Satelliti, payload, antenne, microelettronica, sensori, crittografia, dati geospaziali, propulsione e software embedded non appartengono più al repertorio del futuro evocato, ma costituiscono infrastruttura solida, complessa da finanziare e da scalare, e la decisione di Musk di tornare sul mercato con un bond dimostra che anche i colossi del settore sentono il bisogno di alleggerire il bilancio e procurarsi capitali pazienti per far fronte a un’espansione che richiede investimenti massicci in data center, hardware per il calcolo e infrastrutture energetiche.

La mossa di SpaceX, del resto, non è isolata, ma si inserisce in un trend che sta coinvolgendo i grandi nomi del tech, da Nvidia a Google, tutti impegnati a raccogliere fondi sul mercato obbligazionario per finanziare la corsa all’oro dell’intelligenza artificiale, un segnale che il mercato sta cominciando a fare i conti con i costi reali di questa rivoluzione tecnologica.

I numeri di un debutto da record

L’ascesa di SpaceX, culminata con la quotazione a 135 dollari ad azione lo scorso 12 giugno, ha consegnato alla storia un’Ipo da 75 miliardi di dollari che ha spinto la valutazione di mercato oltre i 2,4 trilioni, collocando l’azienda tra i primi dieci colossi mondiali per capitalizzazione, davanti a nomi storici come Meta e Walmart.

Eppure, la storia borsistica del gruppo è già densa di record e contraddizioni, come testimoniano un primo trimestre che ha registrato un net loss di 4,28 miliardi su ricavi per 4,69 miliardi e un calo del 20% dai picchi massimi toccati subito dopo il debutto, un’escursione che conferma la volatilità di un titolo che sconta aspettative future quasi impossibili da verificare nel breve termine.

In questo contesto, l’operazione sul debito, orchestrata da un consorzio di grandi banche d’affari americane, rappresenta un passaggio obbligato per consolidare le fondamenta finanziarie di un gruppo che, come ha sottolineato l’analista Matt Woodruff di CreditSights, dovrà probabilmente stabilire una solida reputazione anche nel mercato obbligazionario per far fronte alle esigenze di cassa future.

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