SpaceX, il debito da 20 miliardi e il crollo in Borsa: l'effetto Cursor sull'impero di Musk
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Redazione Economia
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Non c’è che dire, la macchina da guerra finanziaria messa in moto da Elon Musk con la quotazione di SpaceX ha dell’incredibile, eppure a una settimana dal trionfale debutto al Nasdaq — che aveva rastrellato 86 miliardi di dollari proiettando la capitalizzazione oltre i 2,4 trilioni — qualcosa si è già inceppato in modo piuttosto vistoso. Il gruppo spaziale fondato dal miliardario sudafricano, forte di una valutazione iniziale monstre da 1.
750 miliardi nonostante le perdite gigantesche, si prepara ora a tornare sui mercati del debito con un'emissione obbligazionaria da almeno 20 miliardi di dollari, mentre il titolo subisce una flessione improvvisa che ha cancellato circa 600 miliardi di capitalizzazione in pochi giorni. Una settimana, per capirci, che racchiude l’intero spettro dell’approccio mistico di Musk al business: levitazione finanziaria da una parte, cedimento strutturale dall’altra, con gli investitori che si interrogano sul reale valore di un impero costruito più sul racconto del futuro che sui numeri del presente.
Il ritorno sul mercato del debito e le obbligazioni da 20 miliardi
Proprio mentre gli analisti cercavano di metabolizzare il colossale balzo in Borsa, SpaceX ha fatto sapere tramite canali informali che le conference call con gli investitori per il nuovo bond potrebbero partire già dalla prossima settimana, un movimento che suggerisce una certa urgenza nel monetizzare ulteriormente la fiducia dei mercati.
L’operazione da 20 miliardi di dollari, che andrebbe ad aggiungersi ai 86 miliardi già incassati con l’IPO, rappresenta una scommessa audace sul debito per una società che nel 2025 ha bruciato 4,9 miliardi e nei primi tre mesi del 2026 ha già accumulato altri 4,3 miliardi di perdite, un passivo che farebbe tremare qualsiasi amministratore delegato meno abile nell’arte di presentare le sconfitte come investimenti strategici.
E in effetti la retorica di Musk, che si potrebbe quasi leggere tra le righe delle dichiarazioni aziendali, è sempre quella: stiamo investendo nel futuro, non siamo profittevoli perché stiamo costruendo qualcosa di più grande, altri lo hanno fatto prima di noi ma forse non su questa scala. Il problema, per chi compra le obbligazioni, è che la scala di cui parla è talmente ampia da sfidare ogni parametro tradizionale di valutazione, trasformando il debito di SpaceX in una sorta di prestito alla rivoluzione tecnologica, con tutte le incognite del caso.
Il crollo in Borsa e l’accordo con Cursor che spaventa gli investitori
Il ribasso di queste ore, che ha eroso 600 miliardi di capitalizzazione e fatto scivolare il titolo lontano dai massimi toccati subito dopo il debutto, sembra essere stato innescato proprio dall’annuncio dell’accordo con Cursor, la società di intelligenza artificiale che fornirà la sua tecnologia, i suoi dati per l’addestramento dei modelli e la sua base utenti in cambio dell’accesso alla potenza di calcolo di SpaceX.
Un’operazione che a prima vista appare come una classica sinergia da nuovi paradigmi industriali, ma che gli investitori hanno letto forse come un segnale di fragilità: perché un’azienda che ha appena incassato 86 miliardi e si appresta a emettere 20 miliardi di debito dovrebbe avere così urgente bisogno di talenti ingegneristici e dati da cedere una fetta del proprio futuro a un partner esterno?
È vero che l’analista di Oppenheimer Timothy Horan ha accolto la notizia con entusiasmo, alzando il target price a 250 dollari entro la fine dell’anno contro i 190 precedenti, e ha parlato di un accordo vantaggioso per entrambe le parti, ma il mercato sembra averla pensata diversamente, punendo il titolo con una correzione che ha dell’esorbitante.
Numeri da record e perdite da incubo: la doppia anima di SpaceX
Il dato più sconcertante della vicenda è forse la coesistenza di queste due anime così contraddittorie all’interno della stessa società: da un lato una capitalizzazione che ha toccato i 2,4 trilioni di dollari, un livello che la colloca tra le aziende più grandi del mondo a dispetto di un’attività operativa ancora lontana dalla redditività, dall’altro un conto economico che continua a essere pesantemente in rosso, con perdite che sommate tra 2025 e primo trimestre 2026 superano già i 9 miliardi di dollari.
Una dicotomia che ricorda da vicino le polemiche scatenate dalle IPO di aziende tecnologiche come Amazon ai tempi del dot-com, quando gli investitori scommettevano sulla crescita futura a prescindere dagli utili attuali, con la differenza che oggi la posta in gioco è infinitamente più alta e il margine di errore si è ridotto in modo drammatico.
In questo senso, l’emissione obbligazionaria da 20 miliardi rappresenta un test cruciale: se il mercato del debito accoglierà SpaceX con lo stesso entusiasmo riservato all’IPO, allora Musk avrà dimostrato di possedere una credibilità pressoché illimitata agli occhi dei finanziatori; se invece gli investitori obbligazionari dovessero mostrare maggiore scetticismo, chiedendo tassi più elevati per compensare il rischio, allora l’intero castello potrebbe vacillare.
Il gioco delle tre carte tra SpaceX, X e xAI
E proprio in questo contesto si inserisce la strategia complessiva di Musk, che con le sue diverse società — X, xAI e la stessa SpaceX — sembra giocare una partita a scatole cinesi in cui i confini tra le aziende si fanno sempre più labili e i flussi di capitale, talenti e tecnologie vengono ridistribuiti in un gioco delle tre carte che tiene gli investitori in uno stato di perenne incertezza.
L’acquisizione di Cursor da parte di SpaceX, con la prospettiva di integrare l’intelligenza artificiale nelle attività spaziali, appare come l’ultimo tassello di questo disegno, ma potrebbe anche essere letta come un tentativo di tenere insieme pezzi di un impero che rischia di frammentarsi sotto il peso delle proprie ambizioni.
Se a questo si aggiunge la presenza di X, la piattaforma sociale che Musk ha acquistato a caro prezzo e che continua a bruciare risorse senza un chiaro modello di business, e di xAI, la sua creatura nel campo dell’intelligenza artificiale, il quadro che emerge è quello di un magnate che cerca di creare sinergie virtuose tra settori diversi, ma che finisce per moltiplicare i fattori di rischio.
Per ora il mercato sembra disposto a seguirlo, come dimostrano i 2,4 trilioni di capitalizzazione e l’interesse per il bond da 20 miliardi, ma la correzione di queste ore — 600 miliardi volatilizzati in pochi giorni — è un campanello d’allarme che nessuno può permettersi di ignorare.




