Spacex, l’ipo dei record e lo tsunami silenzioso che si abbatte su Wall Street
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Redazione Economia
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Prima ancora che un essere umano metta piede su Marte, un traguardo forse meno epico ma finanziariamente più concreto è ormai alle porte: quello del primo trilionario della storia, figura destinata a emergere dallo tsunami delle mega-ipo in arrivo.
Il prossimo 12 giugno, con il ticker SPCX sul Nasdaq, la società di Elon Musk farà il suo debutto pubblico, un evento che non solo rappresenta la più grande offerta iniziale mai tentata – si parla di una raccolta che potrebbe toccare gli 80 miliardi di dollari, più del doppio del record fissato da Saudi Aramaco nel 2019 – ma che sta già ridisegnando le strategie di portafoglio dei più grandi investitori istituzionali. La valutazione iniziale, già rivista al rialzo, oscilla tra 1.750 e 2.000 miliardi di dollari, una cifra che proietterebbe l’azienda della space economy nell’olimpo delle corporation più capitalizzate al mondo, spingendo i fondi a fare pulizia nei bilanci per far posto a questo colosso.
L’effetto domino sui portafogli: tra grandi ipo e regole che cambiano
Secondo quanto riportato da John Flood, managing director di Goldman Sachs, i gestori attivi stanno già riducendo le proprie esposizioni sui titoli a grande capitalizzazione, un movimento quasi fisiologico per liberare la liquidità necessaria ad assorbire i giganti in arrivo.
Per i fondi passivi, invece, il meccanismo è ancora più rigido e meno incline alla discretionarietà: le nuove regole del Nasdaq-100 – che prevedono l’inserimento rapido delle maxi-ipo dopo appena quindici giorni di trading – costringeranno i replicanti a vendere una parte delle attuali large cap per non sforare i pesi massimi e aprire la strada alle new entry come Spacex, OpenAI e Anthropic. Quest’ultime, pronte a portare a Wall Street una capitalizzazione combinata di quasi 4.000 miliardi, rappresentano un punto di svolta non tanto per il peso immediato – che come vedremo sarà tamponato da accorgimenti tecnici – quanto per la pressione esercitata su regole di costruzione degli indici pensate per un’epoca di mercato profondamente diversa.
Flottanti ridotti e pesi iniziali: il paradosso delle megacap人工智能
A dispetto dell’enorme clamore mediatico e delle cifre astronomiche in gioco, l’impatto iniziale di Spacex sui grandi etf globali potrebbe paradossalmente rivelarsi più lieve del previsto, un cortocircuito dovuto principalmente alla natura dei flottanti. A differenza di quanto si potrebbe pensare, indici come l’Msci World o l’S&P 500 non pesano i titoli sulla capitalizzazione complessiva, bensì su quella “flottante”, ossia la quota di azioni realmente disponibile per gli investitori sul mercato libero.
Nel caso di Spacex, le stime parlano di un free float iniziale compreso tra il 4% e il 5%, una percentuale esigua che – secondo le simulazioni di State Street – limiterebbe il peso combinato delle tre ipo a meno dello 0,5% dell’indice S&P 500 nonostante le valutazioni multimiliardarie.
È una sorta di inganno ottico finanziario: società gigantesche sulla carta, ma inizialmente ancora marginali nei portafogli passivi globali, un paradosso che il Nasdaq ha comunque cercato di arginare introducendo un limite per cui il peso nell’indice non può superare tre volte il valore del flottante, proprio per evitare distorsioni nella replicabilità degli strumenti finanziari.
Un viaggio travagliato tra finanze pubbliche e governance blindata
Lo sbarco in borsa, per quanto trionfale, porta con sé il retaggio di una situazione finanziaria complessa, emersa in tutta la sua evidenza dal prospetto depositato alla Sec. Il documento rivela un’entità composita – dove convivono la florida connettività di Starlink, il settore spaziale in perdita per via dello sviluppo dello Starship e l’acquisizione di xAI – che ha riportato una perdita netta di 49,4 miliardi di dollari nel 2025, con un rosso che ha continuato a sanguinare anche nel primo trimestre del 2026.
Le critiche degli investitori istituzionali, come quelle formalizzate dal fondo pensione californiano Calpers, non si sono fatte attendere: le contestazioni riguardano una governance definita “la più favorevole al management mai vista sul mercato statunitense”, con strutture azionarie a doppia classe che blindano il controllo di Musk e un pacchetto di compensi per l’amministratore delegato che, al raggiungimento di obiettivi ambiziosi come la colonizzazione di Marte, potrebbe valere circa 1.000 miliardi di dollari.
Nonostante queste crepe nel modello di business – dove la perdita dell’intelligenza artificiale supera i ricavi – la narrazione di Musk ha finora funzionato come una calamita, convincendo il mercato ad accettare l’intero pacchetto senza fare troppe domande, nella speranza che la visione futuristica si trasformi prima o poi in utili tangibili.




