Lockdown energetico, l’Italia prepara il piano d’emergenza: smart working, targhe alterne e tagli ai consumi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ombra di un nuovo lockdown, questa volta non sanitario ma energetico, si allunga sull’Italia. La crisi in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno alimentando timori sempre più concreti su possibili carenze di gas, carburanti e forniture energetiche. Il governo prova a rassicurare, ma nei ministeri si lavora già ai piani di emergenza. Sul tavolo ci sono misure che evocano scenari già vissuti: smart working esteso, targhe alterne, riduzione dell’illuminazione pubblica, limiti a riscaldamenti e condizionatori.

Sono giorni, questi, in cui la parola “razionamento” torna a circolare con inquietante insistenza. È il quarantesimo giorno di guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio e del gas mondiali, è di fatto bloccato. In Italia il gasolio ha superato i 2 euro al litro e negli aeroporti di Milano Linate, Bologna, Treviso e Venezia sono scattate le prime limitazioni al rifornimento dei voli, con priorità a quelli di Stato, ambulanza e con durata superiore alle tre ore. Un quadro, questo, che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito come un problema “non di approvvigionamento, ma di prezzo”, specificando che il greggio proveniente da Hormuz copre solo il 5% del fabbisogno nazionale, mentre è il GNL qatariota – che rappresenta circa un quinto del totale – a preoccupare davvero.

Le misure sul tavolo del governo

Le forniture di petrolio e gas scarseggiano, e allora l’Unione Europea cerca di correre ai ripari chiedendo agli Stati membri di limitare il consumo delle fonti energetiche. A esporsi in prima persona è stato Dan Jørgensen, responsabile UE per l’energia, il quale ha sollecitato interventi immediati. In Italia, l’esecutivo sta quindi valutando un decreto che potrebbe varare un pacchetto da oltre 5 miliardi di euro in due anni, come anticipato dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin. Le ipotesi, al momento, spaziano dal ritorno delle targhe alterne per ridurre i consumi di carburante alla riproposizione dello smart working su larga scala per gli uffici pubblici e privati, passando per un taglio dell’illuminazione notturna e l’abbassamento generalizzato dei termosifoni.

Eppure, a rendere la situazione esplosiva non è solo la mancanza fisica del greggio, quanto il meccanismo perverso che lega il prezzo dell’elettricità a quello del gas. In Italia, per 9 ore su 10, è il gas a fare il prezzo dell’energia. Gli attacchi iraniani in Qatar, ad esempio, hanno causato la chiusura dell’impianto di Ras Laffan, che produce un quinto del GNL mondiale: come conseguenza di questi attacchi, i listini del gas europeo hanno raggiunto una media di 45 euro per MWh nella prima settimana di marzo, con un aumento del 50% rispetto ai 31 euro per MWh pre-conflitto. Lo scorso febbraio, il governo aveva già approvato il cosiddetto “Decreto Bollette” (DL n. 21/2026) con l’obiettivo di disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, riducendo gli oneri di sistema e intervenendo sugli straordinari profitti delle energetiche. Ma l’escalation bellica rischia di vanificare quegli sforzi.

La spada di Damocle dei rincari

Per le famiglie italiane, l’impatto si traduce in cifre da capogiro. Le stime parlano di un aumento della spesa annua di 278 euro per il gas e 91 per la luce, portando la bolletta totale a circa 2.800 euro, con un incremento del 15% rispetto alle previsioni pre-crisi. Un peso insostenibile che si aggiunge al caro-carburanti, con il diesel self service che ha toccato quota 1,91 euro al litro. L’effetto domino, poi, rischia di travolgere l’intero sistema logistico e produttivo. Gli analisti avvertono che il blocco di Hormuz sta avendo ripercussioni simili a quelle della crisi di Suez, paralizzando le catene di approvvigionamento di fertilizzanti e materie prime. Un terzo del commercio globale di questi prodotti agricoli passa proprio da quello stretto, il che significa un ulteriore rincaro imminente per il carrello della spesa.

La risposta europea e la sfida della transizione

L’Europa rischia ben più dei razionamenti dei voli annunciati in queste ore, se le minacce di Trump non sbloccheranno Hormuz. Il Vecchio Continente sta cercando di diversificare le rotte, guardando agli Stati Uniti come fornitore alternativo di carburante per aerei (il jet fuel), ma i volumi rimangono insufficienti a coprire il buco lasciato dal Medio Oriente. L’Italia, dal canto suo, punta a rafforzare le infrastrutture di rigassificazione e a chiudere accordi bilaterali con nazioni africane come Algeria e Angola.

Eppure, c’è un paradosso di fondo. Mentre il governo vara piani per spegnere le luci delle città, il decreto energia in fase di conversione contiene misure che gli operatori del settore giudicano contraddittorie. Il meccanismo che mira a ridistribuire i costi dell’ETS (il sistema di scambio delle quote di emissione) a tutti i consumatori, secondo i produttori indipendenti, penalizza chi ha già investito nelle rinnovabili e rischia di rallentare proprio quella transizione ecologica che potrebbe liberarci dal ricatto dei combustibili fossili. Una richiesta di chiarezza che arriva mentre i gestori degli aeroporti italiani iniziano a fare i conti con la scarsità di carburante, una crisi che la IATA ha definito come la dimostrazione della “profonda vulnerabilità europea nella sicurezza del carburante per aerei”.

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