Iran, la protesta risuona in Italia: dai presidi di Firenze e Cagliari alle voci dalla rivolta

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre in Iran la repressione del dissenso continua a segnare la quotidianità, l’eco delle proteste non si attenua e trova spazio di espressione anche in Italia, dove in diverse città si moltiplicano le iniziative di solidarietà. A Firenze, un presidio promosso da un cartello di associazioni che include la Casa dei diritti dei popoli e il coordinamento No riarmo, ha riunito poche decine di persone in piazza Sant'Ambrogio. Lì, sui gradoni della chiesa, campeggiava una bandiera della pace modificata con la scritta "Abbasso la dittatura Iran libero", affiancata da vessilli rossi che recitano "Né shah né ayatollah", a sottolineare una opposizione che non guarda al passato monarchico ma rifiuta l’attuale teocrazia. Di fronte, un gazebo raccoglieva firme contro il piano di riarmo europeo, collegando idealmente la lotta per i diritti in Iran a una più ampia visione di pace.

Il raduno di Cagliari e il fronte delle sigle

Contemporaneamente, in Sardegna, una manifestazione di dimensioni maggiori ha visto oltre un centinaio di persone convergere in piazza Garibaldi a Cagliari. L’evento, organizzato dall’Associazione Tonino Pascali – Sardegna Radicale insieme ad Amnesty International, ha registrato l’adesione di un mosaico di realtà locali, tra cui sezioni del Partito Democratico, de Il Manifesto Sardo e movimenti federalisti europei. Questo raduno, incentrato sul sostegno al popolo iraniano e sulla condanna del regime degli ayatollah, dimostra come la questione iraniana riesca a coagulare consenso trasversale, unendo sensibilità politiche diverse sotto un’unica bandiera di denuncia.

La prospettiva dall’interno: speranze e disillusioni

La complessità della rivolta e dei sentimenti che la animano emerge con forza dalle parole di chi, come Ahmad, attivista di Teheran, è tornato in patria allo scoppio delle proteste. Egli racconta di un clima percepito come radicalmente diverso dalle sollevazioni del passato, pur nelle consuete difficoltà di coordinamento in un paese dove il controllo statale è ferreo. Le sue riflessioni, condotte sul campo, approdano a una conclusione amara: molti manifestanti, spiega, hanno creduto nelle promesse di intervento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, vedendo in una possibile ingerenza esterna la chiave per un cambiamento che le sole forze interne non sono riuscite a produrre. Una fiducia, questa, che sembra essersi poi scontrata con la realtà dei fatti, lasciando spazio a una rassegnazione non priva di amarezza.

La diaspora in Alto Adige e il ritorno dei Pahlavi

Un altro frammento significativo del movimento di protesta si è manifestato a Bolzano, dove una quarantina di persone, perlopiù iraniani della diaspora, si è riunita davanti all’università. La loro richiesta è triplice: la liberazione dei prigionieri politici, la fine della censura di Internet – strumento fondamentale per organizzarsi e informare il mondo – e, elemento politicamente più definito, una transizione democratica guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. Questa posizione, che guarda esplicitamente a una restaurazione monarchica in forma costituzionale, non è condivisa da tutti gli oppositori, come dimostrano gli striscioni fiorentini, ma segnala come parte della diaspora cerchi un punto di riferimento preciso e un’alternativa storica al regime, ritenendo ormai "scaduta" l’autorità degli ayatollah, sostenuta – a loro dire – solo per convenienza o paura da una parte della popolazione rimasta in patria.

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