“Taratata”, il ritorno di Paolo Bonolis tra pagelle, baci e un Sanremo sfumato con Damiano David

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non accadeva da un anno e mezzo, tempo nel quale Mediaset, complice forse una certa miopia strategica, lo aveva relegato al ruolo di comprimario di lusso in contenitori di varietà e game show non sempre all’altezza del suo curriculum; e invece, lunedì 9 febbraio, Paolo Bonolis è tornato a occupare il centro della scena, quello che conta, quello della prima serata di Canale 5, riappropriandosi del palco della ChorusLife Arena di Bergamo con la nuova edizione di “Taratata”, format musicale di respiro internazionale che già era apparso sugli schermi Rai tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila -4-8. Il conduttore romano, che qualcuno forse aveva frettolosamente archiviato come uomo di un solo genere televisivo – quello del talk ironico o del varietà scanzonato – ha invece dimostrato, davanti a un pubblico composito e a una platea di artisti che hanno attraversato almeno tre decenni di musica italiana, quanto sia ancora capace di tenere le fila di un racconto complesso, mescolando la performance puramente canora con la dimensione intima del ricordo, la geografia emotiva dei luoghi che hanno generato le canzoni e quella dialettica personalissima, fatta di pause improvvise e accelerazioni lessicali, che da sempre costituisce la sua cifra stilistica -4.

Sul fronte delle valutazioni estetiche, per così dire, le cosiddette pagelle del look hanno riservato qualche curiosità: Emma, che ha scelto un abito concepito come omaggio esplicito alla cifra stilistica di Valentino, è stata giudicata con un otto, mentre Elisa, avvolta in un tessuto di paillettes che restituiva luce a ogni movimento, ha convinto con un sette e mezzo; quanto a Bonolis, il giudizio della critica sartoriale gli ha assegnato un sei e mezzo, che è poi la votazione tipica di chi non deve strafare, di chi sul palco non indossa un costume ma una seconda pelle -1. La sostanza, però, è andata ben oltre la superficie degli abiti: perché il ritorno di Bonolis alla musica televisiva, a una conduzione che impone di intrecciare tempi morti e improvvisazione, ha immediatamente riacceso il dibattito su quel Festival di Sanremo che molti davano per possibile, anzi per quasi certo, e che invece non si farà.

Il bacio a Giorgia e il silenzio ironico di Emanuel Lo

Tra i momenti che hanno attraversato lo schermo e si sono propagati con la velocità propria dei social network, nessuno ha retto il confronto con il bacio che Bonolis ha stampato sulle labbra di Giorgia, cantante tra le voci più riconoscibili del panorama nazionale e da anni compagna del coreografo Emanuel Lo. L’episodio, lungamente preannunciato dalle anticipazioni mattutine, ha trovato la sua collocazione nella messa in onda serale ed è scattato quasi per caso, o almeno così ha voluto raccontare la diretta interessata poche ore dopo, intercettata da Fiorello durante “La Pennicanza” -2-5. La dinamica era apparentemente semplice: un invito rivolto al pubblico a scambiarsi baci per quaranta secondi, una sorta di interruzione collettiva del pudore, e Bonolis che, nel dare l’esempio, ha afferrato Giorgia e l’ha baciata con una disinvoltura tale da lasciarla – parole sue – interdetta, spiazzata, incapace di reagire se non con quella domanda che è subito diventata virale: «E ora chi glielo dice a Emanuel?» -7. La reazione del compagno, una volta appreso il fatto, si è consumata in un alternarsi di silenzi e gesti ironici: un «bene» pronunciato al telefono, qualche ora di non risposta ai messaggi, poi la pubblicazione di un vecchio video in cui lui stesso metteva in fuga Fabrizio Biggio, e infine la didascalia, rivolta al conduttore di Canale 5, che recitava «Attento a quello che fai» -6-9. L’intera vicenda, è bene chiarirlo, si è mossa sul filo di una complicità affettuosa e di una gelosia trasformata in spettacolo, senza che alcuna ombra sia mai scesa a incrinare la sostanza del racconto.

L’esordio positivo e i numeri di una scommessa vinta

Dal punto di vista meramente quantitativo, la prima puntata di “Taratata” ha raccolto due milioni e trecentotrentatremila spettatori, un dato che, se rapportato alla durata sensibilmente superiore del programma rispetto alla fiction concorrente “Cuori 3” in onda su Rai 1, ha prodotto uno share del 18,1 per cento, sufficiente a ribaltare le attese della vigilia e a certificare come il pubblico, soprattutto quello più giovane e attivo sulle piattaforme social, abbia riscoperto in Bonolis un narratore musicale credibile e autorevole -3. L’impianto dello show, che ha visto alternarsi sul palco artisti del calibro di Alessandra Amoroso, Annalisa, Biagio Antonacci, Luca Carboni, Gigi D’Alessio, Elisa, Emma, Giorgia, Ligabue, Fiorella Mannoia, Negramaro e Max Pezzali, non ha tradito la vocazione originaria del format, quella di una festa della musica capace di ospitare generazioni distanti senza forzare ibridi artificiosi; anzi, proprio la compresenza di voci così diverse ha restituito al racconto di Bonolis una profondità inedita, una possibilità di incursione nella memoria collettiva che pochi altri conduttori italiani potrebbero permettersi -8.

Il progetto Sanremo 2026 con Damiano David e la richiesta respinta

Era inevitabile, a questo punto, che il dibattito sul ritorno di Bonolis al Festival si riaprisse con forza, e che le dichiarazioni del giornalista Gabriele Parpiglia, filtrate attraverso la sua newsletter su Substack, trovassero uno spazio di verifica nella narrazione televisiva di questi giorni. Stando a quanto ricostruito, l’ipotesi di affidare a Bonolis la conduzione di Sanremo 2026 – in coppia con Damiano David, frontman dei Måneskin e figura ormai stabilmente inserita nei circuiti internazionali – aveva preso forma concretamente già al termine dell’era di Amadeus, quando era divenuto evidente che il direttore artistico uscente non avrebbe proseguito oltre il suo quinquennio -3. L’idea, a sentire le fonti, era piaciuta proprio perché costruita su un dualismo generazionale netto: da un lato l’esperienza, la capacità di gestire i tempi morti e le emergenze, la memoria storica del Festival del 2005 e del 2009; dall’altro la spinta verso una modernità che il pubblico giovane percepisce come autentica, l’internazionalità, il distacco dai meccanismi autoreferenziali della discografia italiana. Bonolis, inizialmente titubante, avrebbe cambiato orientamento proprio di fronte alla prospettiva di dividere la scena con David, valutando l’operazione come una sfida professionale degna del suo curriculum; a far saltare il tavolo, però, sarebbe stata una richiesta che il conduttore coltiva da anni, quasi un’ossessione intellettuale, e che riguarda non già i compensi o il cast artistico, bensì la natura fisica del contenitore che ospita il Festival. La sua proposta, portata avanti con insistenza, era quella di abbandonare il Teatro Ariston, struttura che Bonolis considera ormai inadeguata – un semplice cinema adattato per l’occasione, diceva – e trasferire la manifestazione al Palafiori, spazio più ampio e funzionale a una messa in scena contemporanea. Né la Rai né il Comune di Sanremo, tuttavia, hanno mostrato aperture in tal senso, e il progetto è così naufragato, aprendo la strada al ritorno di Carlo Conti e lasciando a Bonolis la possibilità di concentrarsi su “Taratata” -3.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.