Il paradosso del Mapei: l'Atalanta si perde dopo l’espulsione del Sassuolo, Palladino parla di superiorità che “favorisce” gli avversari

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un momento, nel calcio, in cui la logica viene sovvertita e i numeri, quelli che stanno sul tabellino e indicano la superiorità, si trasformano in un peso. È successo domenica pomeriggio al Maftei Stadium, dove l’Atalanta di Raffaele Palladino è uscita sconfitta per 2-1 contro un Sassuolo che per 75 minuti, e cioè dall’espulsione di Pinamonti al sedicesimo del primo tempo, ha giocato in dieci. La lettura del tecnico nerazzurro, affidata ai microfoni di DAZN al termine della gara, ha scavato proprio in questa contraddizione, rifiutando con decisione la possibilità di attribuire la débâcle ai postumi dell’impegno europeo contro il Borussia Dortmund. “Non sono d’accordo sulla ricerca di alibi”, ha esordito Palladino, sottolineando anzi come l’approccio alla partita fosse stato inizialmente positivo e rispettoso delle qualità dell’avversario. Ma l’episodio che avrebbe dovuto spianare la strada, il cartellino rosso, ha sortito l’effetto opposto: il Sassuolo, invece di crollare, ha trovato linfa, e l’Atalanta, quasi per una reazione psicologica controintuitiva, ha smarrito la propria bussola tattica.

La cronaca dell’incontro, raccontata dai vari resoconti, descrive infatti una squadra, quella di Fabio Grosso, che non solo ha retto l’urto ma ha colpito con precisione chirurgica. Il vantaggio firmato da Koné al ventitreesimo minuto, nato da un calcio d’angolo battuto da Laurienté, è stata la materializzazione di una resistenza che non si è limitata a difendersi. E nella ripresa, quando ci si aspetterebbe un’arrembaggio costante della formazione in superiorità, ecco il raddoppio di Thorstvedt, ancora una volta su assistenza del francese Laurienté, a certificare che l’inferiorità numerica, paradossalmente, aveva reso i padroni di casa più letali nelle ripartenze. Una dinamica, questa, che Palladino ha analizzato con una certa amarezza, ammettendo come la squadra abbia subito il gol e poi iniziato a forzare giocate in spazi che non c’erano, innestando un circolo vizioso fatto di frenesia e poca lucidità. “Pensavo che alla lunga l’avremmo ripresa”, ha confessato, riferendosi alla convinzione che la qualità e la supremazia numerica avrebbero prevalso, salvo poi constatare che il gol di Musah, arrivato all’ottantottesimo minuto, è stato un sussulto tardivo, impreziosito solo in extremis dai legni colpiti da Samardzic e Scalvini.

Grosso esalta l’impresa dei suoi, Palladino cerca risposte dopo la frenesia

Dall’altra parte della barricata, la felicità di Fabio Grosso era palpabile e motivata. Il suo Sassuolo, reduce da un buon momento di forma, ha messo in campo una prestazione di carattere che il tecnico non ha esitato a definire “pazzesca”, un mattone importante gettato sulle fondamenta di un campionato che i neroverdi stanno interpretando con personalità. “I ragazzi hanno scritto il loro nome nella storia del club”, ha commentato Grosso, consapevole di aver battuto una squadra “fortissima” e reduci, questi sì, dagli sforzi della Champions League. Un’analisi, la sua, che non entra nel merito delle difficoltà altrui ma esalta la capacità dei propri giocatori di aver interpretato la partita con intelligenza, soffrendo quando necessario ma colpendo nei momenti chiave. Per Grosso, la ciliegina sulla torta è stata proprio la capacità di ribaltare il pronostico in inferiorità, un segnale di maturità che proietta la squadra verso un finale di stagione da protagonisti.

Palladino, invece, ha dovuto fare i conti con una sconfitta che interrompe una striscia positiva durata nove partite. Nella sua disamina, il concetto di “superiorità numerica” è stato quasi vissuto come un’arma a doppio taglio: l’espulsione di Pinamonti ha compattato il Sassuolo, che ha abbassato il baricentro e chiuso le linee di passaggio, rendendo vano il possesso palla dell’Atalanta. “Abbiamo quasi dato un vantaggio al Sassuolo con la superiorità numerica”, è stata la sua riflessione, a indicare come la squadra non abbia saputo gestire la nuova situazione, innervosendosi e perdendo quella pazienza necessaria per scardinare un fortino. L’inserimento di forze fresche nella ripresa, come Zappacosta e Krstovic, ha dato verve, ma l’incapacità di fermare Laurienté in ripartenza sull’azione del 2-0 è stato l’errore fatale, quello che ha reso la rimonta una corsa contro il tempo persa in partenza.

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