La memoria di Sant’Anna e l’abbraccio di Casa Cervi: Schlein e i nuovi partigiani del 25 aprile
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Redazione Interno
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Era vestita di bianco, con un fazzoletto tricolore annodato al collo, quando Elly Schlein è arrivata a Sant’Anna di Stazzema per la cerimonia dell’81esimo anniversario della Liberazione. La segretaria del Partito Democratico, scegliendo uno dei luoghi simbolo della ferocia nazifascista in Toscana – dove il 12 agosto 1944 trovarono la morte 560 persone, tra cui 130 bambini – ha incontrato i superstiti di quella strage prima di tenere la sua orazione. La sua presenza, in un clima politico segnato dalle tensioni internazionali (dalle guerre in Medio Oriente al conflitto in Ucraina), ha rappresentato un passaggio cruciale per riannodare il filo tra la lotta partigiana e l’attualità democratica. «La democrazia non è scontata», ha ricordato Schlein ai presenti, sottolineando come essa vada “coltivata ogni giorno” contro i “rigurgiti di odio” che emergono dai nuovi nazionalismi.
«È un onore essere qui»: il valore della trasmissione della memoria
L’incontro con gli ultimi testimoni dell’eccidio ha assunto per la leader dem i contorni di un rito laico e profondo. «Per me è una grande emozione, un onore essere qui dove c’è stata una premeditazione brutale», ha dichiarato Schlein, sottolineando come il 25 aprile non possa ridursi a una semplice commemorazione rituale, ma debba rappresentare un momento di esame collettivo per capire «cosa possiamo fare noi per essere all’altezza di questo ricordo». La leader ha insistito sulla necessità di preservare quella memoria, trasmettendola attraverso le scuole e la cultura, affinché la Costituzione – «il frutto del 25 aprile» – possa vivere anche nelle sue parti inattuate, garantendo lavoro dignitoso e diritti concreti. In un passaggio netto del suo discorso, la segretaria ha voluto chiarire un punto politico scottante: «Il fascismo non è un’opinione, è un crimine», un richiamo esplicito alla necessità di sciogliere le organizzazioni neofasciste, come del resto previsto dalla Carta costituzionale.
Casa Cervi, la marea di ventimila e la sorpresa tra la gente
Se la mattinata era stata di raccoglimento, il pomeriggio ha preso la forma della festa partecipata a Gattatico, nel Reggiano. Alla Casa Cervi – il podere dove i nazifascisti fucilarono i sette fratelli Cervi – si sono ritrovate oltre ventimila persone, circondate da un “fiume” di camper, roulotte e tende che hanno trasformato i Campi Rossi in un crocevia della memoria antifascista. A sorpresa, dopo la tappa toscana, Schlein è comparsa tra la folla intorno alle 16.30: non è salita sul palco, né ha rilasciato dichiarazioni ufficiali in quella sede, ma si è mimetizzata tra i militanti, i volontari e le famiggen, concedendo selfie e abbracci. Il gesto più simbolico di quella visita lampo è stato l’abbraccio con Adelmo Cervi, figlio di Aldo (uno dei sette fratelli uccisi), prima di un breve confronto con Vasco Errani, presidente dell’Istituto Cervi, e l’attivista curda Gulala Salih.
Giovani e DNA partigiano: le voci di chi non c’era
A rendere tangibile il passaggio di testimone, del resto, non sono state solo le parole della segretaria, ma la presenza massiccia di giovanissimi. Tra loro spicca Mattia Bononi, tredici anni, iscritto all’Anpi di Vezzano Ligure: portava con sé l’eredità del bisnonno, Luigi Argenti, che fu presidente dell’associazione. C’è poi Nicolò, diciassettenne arrivato da Milano con la famiglia, che ha raccontato di sentirsi “un po’ partigiano” in un’epoca in cui difendere la libertà richiede un impegno quotidiano, lontano dai retorici entusiasmi. «Bisogna essere tutti partigiani per difendere la democrazia, che non è un dono dall’alto», aveva spiegato il ragazzo, rifiutando il flash del fotografo ma non la schiettezza del giudizio. La loro presenza – nutrita e consapevole – ha fornito la prova più evidente che, a ottantuno anni dalla Liberazione, l’antifascismo a Sant’Anna e a Casa Cervi si è raccontato meno come una serie di cerimonie e più come un orizzonte culturale vivo, nelle scelte quotidiane di chi quel passato non lo ha vissuto ma lo ha scelto.




