Adelmo Cervi dà fuoco alle polveri a Gattatico: “Cacceremo la Meloni e i bastardi fascisti come La Russa”
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Redazione Interno
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La Festa della Liberazione numero 81 si è appena conclusa tra i Campi Rossi di Gattatico, ma l’eco delle parole pronunciate da Adelmo Cervi rimbomba ancora più forte della musica dei Punkreas. Figlio di Aldo, uno dei sette fratelli eroi fucilati dai nazifascisti nel lontano 1943, l’ultimo discendente della dinastia simbolo della Resistenza ha impugnato il microfono come fosse un fucile carico di rabbia civile. Vestito rigorosamente di rosso, con la falce e martello dell’ex Urss stampata sulla maglietta, Cervi non ha usato giri di parole davanti ai ventimila accorsi nella storica tenuta: l’attacco alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e al presidente del Senato, Ignazio La Russa, è stato violento e diretto.
“Dobbiamo essere noi a cacciare la Meloni e i bastardi fascisti che sono al Governo – ha tuonato dal palco, quasi come se stesse sferzando una folla già ampiamente convinta – Da soli non se ne andranno”. E riguardo alla seconda carica dello Stato, La Russa, le parole sono state persino più aspre se possibile: “È un bastardo. Tutte le sere prima di andare a dormire accarezza il testone”, con un chiaro riferimento alle presunte simpatie per il ventennio che aleggiano sulla biografia politica del senatore di Fratelli d’Italia. C’è stato un momento, proprio nel pieno dell’invetitiva, in cui Adelmo ha provato a smussare gli angoli più taglienti della sua invettiva, specificando a denti stretti che l’attuale esecutivo non è “fascista” violento come quello storico, ma l’accusa principale è rimasta lí, appesa a un filo sottilissimo tra la testimonianza e l’insulto politico.
L’abbraccio (e la camicia sbagliata) di Antonio Scurati
Poco prima dello show, a Reggio Emilia, il clima era decisamente più istituzionale – anche se non meno teso – con l’intervento dello scrittore Antonio Scurati. Inizialmente in difficoltà per un lapsus sul colore della sua camicia (“Ho sbagliato camicia. Pensavo fosse blu…”), l’autore di “M” ha ritrovato subito la bussola: la sua orazione era dedicata a Sandro Pertini, presidente della Repubblica e partigiano, e l’obiettivo era chiaro. Scurati ha esortato la piazza a “nominare la Resistenza”, quasi a voler scongiurare l’oblio che secondo lui rischia di inghiottire le radici democratiche del Paese. Mentre parlava, si intravedevano tra la folla le bandiere dell’Anpi mescolate a quelle della pace, in una mescolanza che non lasciava spazio a dubbi sull’orientamento politico della marea umana.
Il sindaco Marco Massari, nel suo discorso di apertura, ha provato a tenere alta l’asticella della memoria senza scadere nell’affondo personale, sebbene anche lui abbia rivolto una stoccata alla politica nazionale. “Essere qui oggi, a distanza di ottantuno anni – ha detto – rappresenta la conferma di quanto la Liberazione sia stata la radice morale della nostra Repubblica”. Ma l’equilibrio è durato poco: contestando la volontà del presidente del Senato La Russa di “equiparare tutti i caduti”, Massari ha ribadito un secco “Noi non ci stiamo”, rivendicando la specificità della lotta partigiana contro il fascismo e respingendo al mittente qualsiasi tentativo di revisionismo storico.
L’ondata dei ventimila tra camper, ‘Bella Ciao’ e il richiamo alla pace
Dal punto di vista prettamente organizzativo, Gattatico ha retto l’urto di una vera e propria marea umana. Già dalle 7.30 di sabato mattina i parcheggi erano pieni: la gente è arrivata in bici, in auto, ma anche a bordo di oltre duecento tra roulotte e camper. Le forze dell’ordine e la protezione civile hanno lavorato senza sosta per regolare un flusso che non accennava a diminuire. In mezzo a quella selva di tende e gazebo, nelle radio improvvisate, la colonna sonora era una sola: “Bella Ciao”, cantata a squarciagola da ragazzini e ottantenni.
Se il mattino era stato dedicato alla memoria più stretta, con la testimonianza del partigiano ‘Notte’ (Dante Corti, 99 anni) che ricordava come “senza le donne il 70% di noi non sarebbe tornato a casa”, il pomeriggio si è trasformato in un grande abbraccio laico e colorato. A scaldare il pubblico ci hanno pensato i concerti di Cisco, dei Tre Allegri Ragazzi Morti e infine i Punkreas, che hanno chiuso la giornata con un dj set resistente. E in mezzo alla musica e ai balli, c’è stato spazio anche per il dissenso: Gad Lerner, commosso e arrabbiato, ha parlato della “vergogna per Israele”, portando sul palco di Casa Cervi la complessità del conflitto mediorientale che non risparmia nemmeno le coscienze della sinistra ebraica italiana.
La sfida ai dem e l’assenza di facili trionfalismi
Forse l’aspetto più interessante dell’affondo di Adelmo Cervi – al di là degli epiteti che faranno discutere i talk show – è stata la frecciata lanciata al centrosinistra. Nonostante l’abbraccio con Elly Schlein (arrivata nel pomeriggio), Cervi ha rimproverato il Partito Democratico per le sue lotte interne sul “chi deve essere il capo”. “Non ci deve interessare – ha incalzato – Dobbiamo unirci e farci sentire. Col referendum abbiamo vinto una battaglia, ma non la guerra”. Una presa di distanza sottile ma significativa, che ha rotto quell’atmosfera oleografica da “unità sacra” che spesso avvolge queste manifestazioni. Il messaggio della giornata, ribadito da più voci tra cui quella del partigiano ‘Notte’, è stato infatti che la guerra contro le derive autoritarie “non è finita”. Non c’era spazio per celebrazioni distratte: la memoria, a Gattatico, era un’arma spianata contro il presente, non un semplice reperto archeologico.




