«Bastardi fascisti», l’attacco di Adelmo Cervi a Meloni e La Russa infiamma il 25 aprile a Reggio Emilia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   GATTATICO (Reggio Emilia) – Una giornata di sole, un afflusso che nell’arco delle ore ha sfiorato le ventimila presenze, e un clima di partecipazione tanto ampio quanto teso: il 25 aprile 2026 a Casa Cervi, luogo simbolo della Resistenza, è stato segnato da un intervento che – al di là della ritualità della Festa della Liberazione – ha rotto ogni schema di prudenza retorica. Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli fucilati dai nazifascisti nel ’43, ha preso la parola dal palco e non ha usato mezzi termini: «Dobbiamo essere noi a cacciare la Meloni e questi bastardi fascisti che sono al Governo come La Russa. Da soli non se ne andranno». Parole che hanno incendiato l’atmosfera, in un luogo dove la memoria è da sempre materia viva e non solo celebrazione.

A marcare ulteriormente la giornata, la scelta della segretaria del Pd, Elly Schlein, presente nel pomeriggio ma mai salita sul palco – un gesto che molti hanno letto come una presa di distanza, o forse come un calcolo, in attesa di sviluppi interni. Intanto i Campirossi si riempivano: giovani, anziani, famiglie intere. Tra loro Isotta Zanoni, studentessa reggiana di diciannove anni (li compirà il 3 maggio), che ha raccontato senza enfasi: «Vengo qui da quando sono piccola; la Liberazione è anche una festa per conoscere persone e divertirci, ma resta un valore che dovremmo ricordare sempre, anche se non abbiamo vissuto la guerra». Una voce che prova a tenere insieme il presente e il passato, lontana però dalla durezza degli slogan.

Una piazza da 20mila persone, e il peso di un’eredità senza tregua

A Gattatico il pubblico ha riempito lo spazio fin dalle prime ore, rinnovando una presenza massiccia che solo lo scorso anno – in occasione dell’Ottantesimo – aveva toccato le venticinquemila unità. Il dato non è secondario, perché ci restituisce la dimensione di un appuntamento ormai diventato barometro emotivo per una parte del paese. In questo quadro, l’invettiva di Adelmo Cervi – «dobbiamo cacciarli via» – ha funzionato come una cesura: da una parte i cortei rituali e i canti partigiani (da “Bella Ciao” all’inno nazionale), dall’altra la consapevolezza che la memoria può trasformarsi in accusa diretta, senza mediazioni.

Non c’è stata replica immediata da parte della premier né del presidente del Senato, entrambi assenti dalla scena emiliana. Ma le loro figure, evocate con violenza lessicale, hanno finito per diventare – loro malgrado – parte integrante della cerimonia. La circostanza assume un rilievo particolare se si considera che a Reggio Emilia, sempre per lo stesso 25 aprile, un corteo separato aveva radunato cinquemila persone in centro storico. Lì si erano ascoltate le parole di Antonio Scurati («Nominate la Resistenza»), mentre il sindaco aveva rivolto a La Russa un monito secco: «Equipara tutti i caduti: noi non ci stiamo». Due filoni, due toni, un’unica data.

Giovani, memoria e lo scontro sulle parole vietate

Dentro Casa Cervi, il racconto della Resistenza è passato anche attraverso le voci di chi quella guerra non l’ha vista. Le ragazze e i ragazzi del progetto “Giovani voci” hanno preso per mano i visitatori, guidandoli tra i luoghi della memoria con uno sguardo che non finge neutralità. «Visto il mondo di oggi – ha spiegato Isotta – la Liberazione è un tema molto attuale». Una frase che potrebbe sembrare generica, ma che in questo contesto acquisisce un peso specifico: il riferimento al presente, senza bisogno di nominare leggi o provvedimenti, tiene insieme il piano didattico e quello politico.

Ma la temperatura reale della giornata l’hanno segnata gli schieramenti impliciti. Il fatto che Elly Schlein abbia evitato il palco di Gattatico non è passato inosservato: in una giornata di partecipazione popolare, la sua assenza dalla ribalta principale parla da sola. Forse una scelta tattica, forse il timore di dover gestire un’invettiva che nessun partito avrebbe saputo governare. Resta il dato che, mentre a Reggio centro si sfilava in cinquemila tra bandiere e banda musicale, a Campirossi si consumava una rottura lessicale che pochi avevano preventivato.

Fascisti al governo, l’accusa senza appello

«Bastardi» è una parola che non ammette fraintendimenti. E pronunciarla dal palco di una festa ufficiale, per quanto alternativa rispetto alle celebrazioni istituzionali, non è un incidente. Adelmo Cervi ha volutamente scelto un registro duro, quasi da tribunale popolare, opponendo all’idea che il governo possa cambiare da solo – «da soli non se ne andranno» – la necessità di una spinta esterna, di una cacciata attiva. Nessuna mediazione, nessun richiamo alla pacificazione. La memoria dei sette fratelli fucilati è diventata, nelle sue mani, un atto d’accusa contemporaneo.

La cronaca di questi giorni non ha registrato interventi ufficiali di condanna da parte della maggioranza, né – almeno per ora – querele o annunci di azioni legali. Il silenzio, in casi come questo, può avere tante letture: calcolo politico, rassegnazione o volontà di non attribuire ulteriore visibilità all’accusa. Quel che è certo è che il 25 aprile 2026 resterà come l’anno in cui, a Casa Cervi, la celebrazione ha ceduto il passo a un attacco frontale. E che le ventimila persone venute fin lì – tra chi ha applaudito e chi ha taciuto – hanno assistito a un episodio destinato a lasciare il segno, ben oltre la cronaca di una festa.

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