Libera ha ricevuto il dispositivo per il suicidio assistito, dopo due anni di attesa la 55enne toscana può scegliere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è voluto molto più tempo di quanto la sua patologia, una forma di sclerosi multipla in stadio avanzato che l’ha resa completamente paralizzata, avrebbe dovuto concederle, ma alla fine Libera, questo il nome di fantasia scelto dalla donna, ha ricevuto ciò che il tribunale di Firenze le aveva riconosciuto: un dispositivo, realizzato su misura dal Consiglio nazionale delle ricerche, che le permetterà di porre fine alla sua vita. La consegna, avvenuta nei giorni scorsi dopo un complesso iter burocratico e tecnico, rappresenta la conclusione materiale di una vicenda giudiziaria e umana iniziata nel marzo del 2024, quando la 55enne, residente in Toscana, aveva formalizzato la sua richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito rivolgendosi alla Asl Toscana nord ovest. Lo strumento, un sistema all’avanguardia che sfrutta il movimento oculare per interfacciarsi con una pompa infusionale, consentirà a Libera, qualora dovesse decidere di procedere, di avviare autonomamente l’infusione endovenosa del farmaco letale, superando così l’ostacolo rappresentato dalla tetraparesi spastica che le impedisce qualsiasi movimento volontario.

Una battaglia legale durata due anni per vedere riconosciuto un diritto

La vicenda giudiziaria di Libera, assistita dall’associazione Luca Coscioni, si è snodata attraverso diversi gradi di giudizio e momenti di tensione istituzionale. Dopo l'ammissione alla procedura da parte dell'Asl nel luglio 2024, ci si è scontrati con la concreta impossibilità di attuazione: la donna, immobilizzata, non poteva compiere l'atto finale, e la richiesta di far somministrare il farmaco da un medico aveva aperto una complessa questione di legittimità costituzionale relativa all'articolo 579 del codice penale, che punisce l'omicidio del consenziente. La Corte costituzionale, chiamata a esprimersi, aveva indicato la necessità di reperire una soluzione tecnica che permettesse l'autosomministrazione, rimuovendo l'ostacolo senza dover forzare il dettato normativo. Fu così che, nel novembre del 2025, il tribunale di Firenze affidò al Cnr l'incarico di realizzare un dispositivo ad hoc, fissando un termine di novanta giorni che, tra febbraio e marzo, aveva rischiato di slittare ulteriormente a causa di richieste di proroga per verifiche tecniche, alimentando l'angoscia della donna e le proteste dei suoi legali.

La tecnologia al servizio dell'autodeterminazione: il dispositivo a comando oculare

L'elemento cardine di questa vicenda, al di là degli aspetti etici e giuridici che da anni animano il dibattito pubblico sul fine vita in Italia, risiede nella soluzione tecnologica messa a punto dai ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche. Il dispositivo, ora collaudato e consegnato, è molto più di un semplice macchinario: è un ponte tra la volontà di una persona e l'atto conclusivo della sua esistenza, reso possibile dall'innovazione scientifica. Si tratta, nello specifico, di un sistema di puntamento oculare, una tecnologia che traccia i movimenti della retina e li traduce in comandi digitali, interfacciato con una pompa infusionale che contiene il farmaco letale. In pratica, sarà lo sguardo di Libera, l'ultimo gesto volontario che la patologia non le ha sottratto, ad attivare la procedura, garantendo quella manualità, se così si può definire, che la sentenza della Consulta e la legge richiedono perché si configuri il suicidio assistito e non altra fattispecie. Un aspetto, questo, che aveva rappresentato un nodo cruciale, tanto che nei mesi scorsi la stessa Asl e altre strutture avevano dichiarato l'impossibilità di reperire uno strumento idoneo, gettando la donna e chi la sosteneva in uno stato di profonda prostrazione.

Le parole di Libera: tra la stanchezza per l'attesa e il bisogno di riservatezza

A conclusione di questo percorso, che lei stessa ha definito costellato da “rinvii, ostacoli e silenzi della politica”, Libera ha rotto il riserbo per commentare l'arrivo dello strumento, salvo poi richiedere immediatamente il ritorno alla privacy. “Ora mi sento finalmente libera”, ha dichiarato, sottolineando come la sua resistenza non sia stata fine a sé stessa ma animata dalla volontà di aprire un varco per altri che, nelle sue stesse condizioni, non dovrebbero dipendere dai tempi e dai voleri della politica per esercitare un diritto che la giustizia ha già riconosciuto. Nelle sue riflessioni, riportate dai media che hanno seguito la vicenda, traspare tutta la contraddizione di un sistema che, a suo dire, ritiene legittimo accompagnare una persona alla morte attraverso giorni di sedazione profonda ma frappone ostacoli a chi chiede di porre fine subito alla propria sofferenza, nel pieno delle sue facoltà mentali. Ora, però, chiede silenzio: “Ho bisogno di tempo, tranquillità e riservatezza per vivere questo momento così personale”, ha aggiunto, chiedendo ai media di rispettare il suo desiderio di concentrarsi sulla vita, sulle persone che ama e sulle scelte che la riguardano, in attesa di decidere se e quando avvalersi di quel dispositivo.

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