Suicidio assistito, la Toscana e il primo caso con il dispositivo a comando oculare: dopo due anni di attesa, la morte di Libera
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Redazione Interno
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Con un ultimo messaggio, che assume i contorni di un vero e proprio testamento morale, Libera – questo il nome di fantasia scelto per tutelarne la privacy – ha voluto lasciare traccia della sua determinazione prima di azionare il dispositivo che le ha consentito di porre fine alla propria esistenza. La donna, 55 anni, originaria della Toscana, era affetta da una forma particolarmente grave di sclerosi multipla che, paralizzandola completamente dal collo in giù, la rendeva impossibilitata a compiere qualsiasi movimento volontario con gli arti. Ed è proprio questa condizione di immobilità assoluta a rendere il suo caso un precedente unico in Italia: per la prima volta, infatti, il suicidio assistito è stato realizzato tramite un puntatore oculare, un macchinario messo a punto dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) che, leggendo i movimenti dell’occhio, ha permesso l’autosomministrazione del farmaco letale.
Un dispositivo tecnologico per aggirare l’impossibilità materiale
La specificità della vicenda risiede proprio nella soluzione tecnica adottata, che ha richiesto un lavoro di ingegneria biomedica per tradurre una volontà in un atto materiale. Non potendo impugnare una siringa né azionare un pulsante con le mani, l’unica via percorribile per Libera – dopo che la sua richiesta aveva ottenuto il via libera dalla struttura sanitaria locale (Usl), che le aveva consegnato il farmaco letale la settimana scorsa – era quella di sfruttare la mobilità residua dei suoi occhi. Il dispositivo, predisposto ad hoc dal Cnr, è stato collegato a un’infusione endovenosa; attraverso un sistema di tracciamento oculare, un semplice movimento del globo oculare ha funto da attivatore, dando il via all’infusione del farmaco. Questo passaggio, che potrebbe apparire meramente tecnico, è stato invece il nodo centrale di una battaglia legale durata due anni, durante i quali si è dovuto trovare un equilibrio tra il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione e la concreta fattibilità di esercitarlo senza l’intervento diretto di terzi.
La battaglia legale e il ruolo dell’avvocatura
A rendere possibile il percorso non è stata solo l’innovazione tecnologica, ma anche un’intensa attività giudiziaria. Libera, rappresentata da un collegio legale coordinato dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, aveva presentato a marzo 2025 un ricorso d’urgenza al tribunale di Firenze. L’obiettivo di quel ricorso era duplice: da un lato, ottenere l’autorizzazione affinché il suo medico curante, Paolo Malacarne – da lei espressamente ringraziato nel messaggio finale – potesse somministrarle il farmaco, aggirando il limite normativo che spesso impone un’autosomministrazione che, in casi come questo, diventa fisicamente impossibile; dall’altro, rendere operativo l’utilizzo del puntatore oculare come strumento legittimo per esprimere il consenso finale all’atto. L’esito di quella battaglia giudiziaria ha quindi rappresentato la premessa indispensabile, sbloccando una situazione di stallo che altrimenti avrebbe prolungato ulteriormente la sua attesa.
Il testamento morale e le reazioni istituzionali
Nel testo affidato all’associazione che ne ha sostenuto la causa, Libera ha voluto sottolineare la natura collettiva del suo sacrificio personale: “Questa non è solo la mia storia. È una richiesta di dignità, che spero un giorno non debba più essere conquistata, ma semplicemente rispettata”. Parole che rivelano come la lunga trafila – caratterizzata da sofferenze fisiche e da un’attesa che lei stessa ha definito “dura” – sia stata vissuta anche come un atto di apertura di una strada per chi verrà dopo. Sulla vicenda è intervenuto don Andrea Lojudice, esponente del comitato etico “Cet”, il quale ha parlato di rispetto per il dolore altrui, in un contesto in cui il dibattito sulla legalità del suicidio assistito in Italia continua a procedere per casi giudiziari e dispositivi tecnici, più che per una cornice normativa organica. La morte di Libera si configura quindi non solo come l’epilogo di una vicenda umana e giudiziaria, ma come il primo banco di prova operativo per una tecnologia – quella del comando oculare – destinata a diventare un riferimento per tutti coloro che, come lei, si trovano intrappolati in un che non risponde più ai comandi della volontà.




