Felipe Melo e la ferita ancora aperta della Juve: “Troppo sicuri di passare, mi ricordo i loro sguardi”. Poi il pentimento e la pace con Chiellini

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Redazione Economia Redazione Economia   -   I ricordi, si sa, quando appartengono a notti europee di neve e di rimonte assumono talvolta i contorni nitidi di una fotografia istantanea; Felipe Melo, che quelle notti le ha vissute da protagonista assoluto con la maglia del Galatasaray, le sviluppa oggi senza alcuna nostalgia di maniera, anzi con la crudezza chirurgica di chi, dopo aver vinto un duello epocale, osserva il rovescio della medaglia dalla parte degli sconfitti. Intervistato da Tuttosport a ridosso del derby d’Italia e della doppia sfida di Champions che riaccenderà la rivalità tra turchi e bianconeri, il centrocampista brasiliano — oggi commentatore per Globo e aspirante allenatore con una chiara idea di calcio votata alla costruzione dal basso — scava nel tredici novembre del 2013, quando il Galatasaray, squadra allora non certo paragonabile per tasso tecnico all’attuale versione, eliminò una Juventus data per largamente favorita: il racconto di Melo si sofferma sugli attimi precedenti il crollo, su quella sicurezza eccessiva che lui definisce quasi serena, sull’incapacità dei giocatori allenati da Conte di interpretare i segnali deboli che pure il 2-2 di Torino aveva già inequivocabilmente lanciato. “La partita in casa fu molto strana — ammette l’ex nerazzurro —, il campo era in condizioni pessime, la neve, lo spezzone giocato in un’altra giornata: era tutto strano anche per noi, ma loro non lo capirono”. Gli sguardi dei calciatori juventini, quella delusione cristallizzata nello spogliatoio dello stadio Türk Telekom, rappresentano per Melo una ferita che definisce apertamente “ancora aperta” per il club italiano, quasi a suggerire — senza peraltro mai scadere nella facile polemica — quanto nel calcio l’arroganza tecnica possa talvolta trasformarsi in un boomerang silenzioso.

Eppure, a distanza di tredici anni, l’uomo che in campo costruiva muri e che fu pagato venticinque milioni di euro per diventare il perno della mediana bianconera ammette senza infingimenti il proprio personale carico di rimpianti, un armadio di pentimenti che dice essere “troppo, troppo numerosi” per essere elencati distrattamente. Quello che colpisce, nell’economia del racconto, non è tanto la consueta schiettezza di Felipe Melo, quanto la direzione inaspettata della sua autocritica: il brasiliano non rimpiange, come si potrebbe immaginare, un errore in fase di impostazione o un cartellino rosso esibito nei momenti meno opportuni; piuttosto, confessa di essersi pentito amaramente di aver lasciato Torino, di aver detto no a un Antonio Conte che pure, racconta, “voleva tenermi, mi fece fare il ritiro pur di convincermi”. La sua volontà di andarsene, all’epoca irremovibile, è oggi descritta con la maturità di chi ha attraversato culture e campionati diversi e ha compreso che certe scelte, dettate dall’impulsività o dall’orgoglio ferito, finiscono per pesare più di un infortunio o di una prestazione opaca. L’ex giocatore non esita a riconoscere che l’investimento fatto dalla società nei suoi confronti era stato percepito come eccessivo, quasi una zavorra che gli impediva di esprimersi con la necessaria serenità: “Sono costato persino troppo, l’aspettativa nei miei confronti era altissima”, ammette, senza tuttavia trasformare questa consapevolezza in un alibi, bensì in una lezione di vita che lo ha accompagnato fino alla scelta, ormai prossima, di intraprendere la carriera in panchina.

Il derby d’Italia e il Galatasaray nella testa del triplo ex

A unire simbolicamente Inter, Juventus e Galatasaray — le tre squadre che hanno segnato la sua avventura italiana e turca — c’è oggi proprio Felipe Melo, il quale, chiamato a esprimersi sulla supersfida di San Siro in programma sabato sera, adotta un equilibrismo non privo di fascino: da un lato, dichiara senza esitazioni la propria fede nerazzurra, un tifo che non ha mai nascosto nemmeno quando vestiva altri colori; dall’altro, analizza tatticamente il momento delle due contendenti con lo sguardo disincantato dell’osservatore tecnico che vede, nella “singola partita”, una Juventus guidata da Spalletti — allenatore da lui definito “perfetto per questo ciclo bianconero” — leggermente favorita rispetto all’Inter capolista. Il brasiliano elogia la continuità dei nerazzurri, la loro capacità di macinare gioco e risultati, ma sottolinea come per i bianconeri, reduci da una stagione di ricostruzione, il confronto diretto rappresenti un test di maturità irrinunciabile: chi vuole crescere, dice, non può fallire appuntamenti di questa portata. Quanto poi al Galatasaray, prossimo avversario europeo della Vecchia Signora, Melo non ha dubbi sull’esistenza di un divario tecnico a favore degli italiani, sebbene lanci anche un monito preciso: a Istanbul, avverte, si combatte e il Manchester City così come il Bayern Monaco possono testimoniare quanto sia complicato uscire indenni dal Tempio del calcio turco.

La pace con Chiellini e il ritorno annunciato in Italia

Non tutto, nella carriera di Felipe Melo, è stato però segnato da incomprensioni e rimpianti irrisolti. Il brasiliano racconta un episodio che getta una luce inedita sul suo carattere e, soprattutto, su quello di Giorgio Chiellini, avversario storico e compagno divisivo negli anni juventini: l’occasione è stato un incontro casuale durante il Mondiale per Club, quando Melo si era preparato mentalmente — usando le sue stesse parole — “a litigare ferocemente” con il difensore azzurro, convinto che il tempo non avesse affatto smussato le vecchie ruggini. Invece, con una sincerità che lascia l’ex centrocampista quasi spiazzato, Chiellini lo ha abbracciato e gli ha chiesto scusa, mostrando un’umiltà che Melo definisce “straordinaria” e che lo ha costretto a rivedere le proprie posizioni. Quel gesto, unito alla consapevolezza che anche lui avrebbe dovuto fare il primo passo molto tempo prima, ha definitivamente archiviato una rivalità che aveva accompagnato per anni le cronache di campo. Quanto al popolo bianconero, il rapporto rimane complesso e segnato da quel post social in cui Melo, dopo il sorteggio di Champions, manifestò il proprio sostegno al Galatasaray e all’Inter, alimentando la diffidenza di una tifoseria che fatica a perdonare la scelta di tifare contro. Nonostante questo, il brasiliano assicura che il suo legame con l’Italia non si è mai spezzato: il pensiero corre quotidianamente a Firenze, a Torino, a Milano; il desiderio è quello di tornare, presto, magari da allenatore, magari semplicemente per ritrovare quel vino che dice di amare e quelle strade che ancora oggi considera una seconda casa.

A orientare il traffico aereo verso lidi meno esotici ma economicamente accessibili ci pensa invece Ryanair, che nei giorni scorsi ha immesso sul mercato una finestra promozionale — destinata a chiudersi il dodici febbraio 2026 — con voli a partire da tariffe simboliche per viaggiare dall’undici al trenta febbraio, in piena parentesi primaverile. La selezione delle rotte, operata tra le decine di partenze dagli aeroporti italiani, privilegia tre mete particolarmente adatte a una fuga breve: i prezzi, soggetti alla consueta variabilità della disponibilità in tempo reale, premiano chi clicca per primo e si assicura quel biglietto in promozione destinato a esaurirsi in pochi minuti. La formula del low cost, in questo specifico segmento di mercato, intercetta una domanda che non sembra affatto patire la distanza dalle festività natalizie, anzi rilancia con decisione l’idea di un break fuori porta già a febbraio, quando il desiderio di sole e di cambiamento diventa quasi un riflesso condizionato per chi ha trascorso l’inverno al chiuso.

Il Madagascar sommerso dall’acqua e dal vento

Dall’altra parte dell’Oceano Indiano, lontano dalle corsie preferenziali del turismo continentale e dalle luci dello spettacolo sportivo, l’isola rossa del Madagascar prova faticosamente a rialzarsi dopo il passaggio ravvicinato di due cicloni tropicali, Gezani e Fytia, che in meno di due settimane hanno martellato la costa orientale con una violenza idrogeologica devastante. L’ultimo bollettino diffuso dal Bureau national de gestion des risques et des catastrophes — l’agenzia nazionale che coordina la risposta alle emergenze — certifica trentuno vittime accertate, ventinove delle quali concentrate esclusivamente nel distretto di Toamasina II, la cintura periferica della principale città portuale del paese, e le restanti due registrate nella zona di Ambatondrazaka, più all’interno. Il governo malgascio, riunito in consiglio dei ministri, ha dichiarato lo stato di calamità nazionale, una misura che non rappresenta solo un atto formale di presa d’atto della catastrofe, ma apre la strada alla mobilitazione di risorse straordinarie e, presumibilmente, a una richiesta di sostegno internazionale coordinata. I media locali riferiscono di un paesaggio irriconoscibile nella regione di Atsinanana: intere frazioni isolate, argini collassati, raccolti agricoli distrutti a poche settimane dalla raccolta. La comunità scientifica, pur senza ancora emettere giudizi definitivi, osserva con crescente attenzione la frequenza anomala di questi eventi estremi nel canale del Mozambico, dove la stagione ciclonica, di per sé fisiologicamente attiva, sta manifestando una concentrazione di energia che complica enormemente la già fragile tenuta infrastrutturale dell’isola.

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