Fbi, indagine su Joe Kent per fuga di notizie: “Così cercano di screditarmi”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Fbi ha formalmente aperto un fascicolo a carico di Joe Kent, l’ex direttore del Centro nazionale antiterrorismo americano, ponendo l’accento su una possibile violazione dei protocolli di sicurezza legata alla diffusione di informazioni classificate. Secondo quanto ricostruito da fonti citate dalla Cbs, a muovere i primi passi dell’inchiesta sarebbe stata la divisione investigativa criminale, quella che solitamente si occupa dei reati commessi da chi, per mestiere, ha accesso ai segreti di Stato. Il punto, tuttavia, è che il fascicolo sarebbe stato aperto prima ancora che Kent rassegnasse le proprie dimissioni, un dettaglio temporale che modifica il senso stesso dell’indagine: non si tratterebbe di una reazione alle sue critiche pubbliche, ma di un’attività avviata quando il funzionario era ancora in carica, in piena attività operativa. Lo stesso Kent, interpellato sulla vicenda, ha liquidato l’inchiesta come un tentativo di delegittimarlo, con una frase secca: “Normale che cerchino di screditarmi”, ha dichiarato, lasciando intendere che la macchina giudiziaria, in questo caso, si muova lungo linee più politiche che tecniche.

A scatenare il terremoto – e forse ad avergli attirato addosso i riflettori degli inquirenti – è stata una lettera di dimissioni dai toni insolitamente espliciti per un vertice dell’intelligence. Kent, nominato alla guida del Centro nazionale antiterrorismo da Donald Trump, ora nuovamente alla Casa Bianca, ha scritto nero su bianco di non poter “in buona coscienza sostenere la guerra in corso in Iran”. Una frase che è valsa come un atto di accusa formale nei confronti dell’amministrazione che lo aveva scelto. Nella missiva, l’ex capo dell’antiterrorismo ha argomentato la propria posizione sostenendo che l’Iran non rappresentasse “nessun pericolo imminente per la nostra nazione”, aggiungendo un passaggio ancora più spinoso: l’intervento militare, secondo la sua ricostruzione, sarebbe nato “a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”. Un’affermazione che ha immediatamente trasformato il suo gesto – le dimissioni – da atto di dissenso individuale a caso potenzialmente esplosivo, capace di mettere in discussione le ragioni profonde dell’operazione militare.

L’Fbi, in questo contesto, cerca ora di accertare se Kent abbia fatto di più che limitarsi a polemizzare pubblicamente. L’indagine si concentra sul sospetto che alcune informazioni riservate siano state divulgate in violazione delle norme che vincolano chi ricopre incarichi di così alto profilo nella sicurezza nazionale. Si tratta di un’inchiesta delicata, che coinvolge un uomo che fino a poco tempo fa aveva la responsabilità di coordinare la lotta al terrorismo per l’intero paese. E proprio la natura del suo ruolo solleva un interrogativo di fondo: se le critiche di Kent fossero fondate – o comunque meritevoli di attenzione – o se si configurasse invece l’ipotesi di un illecito nella gestione dei documenti a cui aveva accesso. Il fatto che il fascicolo sia stato aperto antecedentemente alle dimissioni potrebbe indicare che nell’amministrazione serpeggiasse già un timore, quello che Kent potesse rappresentare una “falla” nella catena della segretezza, ben prima che lui stesso rompesse pubblicamente gli indugi.

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