Giancarlo Giannini: «De Gregori ha ragione, gli artisti parlino meno di politica»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A ottantatré anni, e con una candidatura all'Oscar che pesa come un macigno nella storia del cinema italiano, Giancarlo Giannini continua a diffidare delle opinioni troppo facili. Sul palco del Taormina Film Festival, dove è arrivato per ritirare un premio alla carriera e presentare “Baracoa” – il piccolo film cubano di Luis Ernesto Doñas girato tra blackout e mezzi di fortuna – il discorso è scivolato inevitabilmente sulla polemica culturale degli ultimi giorni.

Quella, per intenderci, nata attorno alle dichiarazioni di Francesco De Gregori, il quale ha avuto il coraggio (o la sincerità) di confessare il proprio imbarazzo di fronte agli artisti che prendono posizione politica in modo troppo netto. «De Gregori ha perfettamente ragione», ha tagliato corto l'attore, senza nemmeno il tempo di accomodarsi tra i giornalisti.

«Già non ne capiscono i politici, ora ci si mettono pure i cantanti»

La posizione di Giannini è netta, quasi cesellata da una vita trascorsa a interpretare personaggi popolari senza mai sentirsi investito di un mandato a "influenzare le masse". «Lo dico da un sacco di tempo. Un artista dovrebbe esprimere il suo credo politico? Pensasse a fare il suo mestiere», ha dichiarato durante l'incontro stampa. La logica del ragionamento, se così si può chiamare, è ferrea e disarmante: se nemmeno i rappresentanti istituzionali riescono a districarsi nelle pieghe del dibattito pubblico, figuriamoci chi sul palco ci sale solo per recitare o cantare.

«Siccome faccio l’attore e sono conosciuto, adesso influenzo pure gli altri», ha ironizzato, quasi a sottolineare l'assurdità della credenza che vuole i personaggi dello spettacolo depositari di una verità superiore. L'occasione, d'altronde, era anche un tributo alla memoria: oltre a “Baracoa”, Giannini ha portato in Sicilia “Un viaggio per incontrare Mimì”, un documentario che ripercorre il suo storico sodalizio con Lina Wertmüller, la regista che l'ha trasformato in icona.

Da Cuba ai blackout: la fatica di girare un film senza finzioni

L’attenzione, comunque, non può dirsi totalmente assorbita dalle dichiarazioni politiche. Il pretesto ufficiale della presenza del divo a Taormina è “Baracoa”, pellicola fuori concorso che lo vede nei panni di Felipe, un generale italiano volontario ai tempi della rivoluzione cubana. Un ruolo, quest’ultimo, che è valso all’attore un ritorno sull'isola dopo oltre cinquant’anni, ma che gli ha anche regalato lo spettacolo crudo di una Cuba sofferente. «Ho scoperto una terra straordinaria», ha raccontato, «anche se adesso mi dicono essere molto sofferente».

La produzione, spiega, è stata una via crucis artigianale: capitava che mancasse l’elettricità per giorni interi, e persino i pescatori faticavano a trovare il gasolio per uscire in mare. Ma per un attore della sua tempra, queste difficoltà sembrano essersi trasformate in un valore aggiunto. «È un film fatto con pochi mezzi ma dal risultato stupendo», ha assicurato, non prima però di aver raccontato una curiosa petizione di metodo: «La sceneggiatura era molto lunga e il mio personaggio andava dall’inizio alla fine.

Ho detto allo sceneggiatore: lo faccio, ma se mi fate morire subito». Un modo ironico per dire che, oggi, preferisce i ruoli da comparsa "lampo", quelli da toccata e fuga, piuttosto che le estenuanti maratone sul set.

L’avventura della morte e l’uovo di San Pietro

E proprio sulla brevità della vita (e del tempo passato sul set) si innesta l’ultima, sorprendente riflessione del maestro. Quando qualcuno gli chiede della morte, tema inevitabile in un uomo che ha appena compiuto ottantatré anni, Giannini non smorza la tensione con la retorica del commiato, ma la accende con la curiosità di un bambino. «Per me è solo una grande avventura», ha esclamato, quasi fregandosi le mani all’idea. Il pensiero di dover smettere di "ragionare troppo" non lo spaventa, anzi lo solleva.

«Finalmente non dovrò più pensare troppo e tutto diventa finalmente naturale». C’è spazio, in questo suo immaginario dell’aldilà, anche per una provocazione finale. L'attore sogna di trovarsi davanti alla porta del Paradiso, di fronte a San Pietro, e di non chiedere conto delle sue opere terrene, ma di un quesito ben più spinoso: «È nato prima l’uovo o la gallina?». La risposta, lo ha già preventivato, sarà probabilmente un secco rifiuto, ma poco importa.

Per un attore che ha dedicato la vita a raccontare l’animo umano, anche l’espulsione dal Paradiso sembra essere solo la scena finale di un copione che, assicura lui, non vede l’ora di interpretare.

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