Zerocalcare e quel “non è obbligatorio” che fa discutere dopo le parole di De Gregori

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Milano. Il diluvio di reazioni – innescato qualche giorno fa dalle riflessioni di Francesco De Gregori sull’impegno politico dei colleghi, con un riferimento piuttosto esplicito ai proclami anti-Trump di Bruce Springsteen – non accenna a placarsi. Anzi, a scalfire la superficie di questo vespaio ci ha pensato un’altra voce, certamente fuori dagli schemi della musica leggera ma altrettanto influente nel panorama culturale italiano: Michele Rech, meglio noto come Zerocalcare.

Interpellato a margine del Best Movie Day, manifestazione milanese dedicata al cinema e alla cultura pop che lo vedeva tra i protagonisti della giornata, il fumettista romano ha offerto una chiave di lettura inedita, distanziandosi con eleganza tanto dalla posizione austera del cantautore de “La storia” quanto dagli sfoghi più roventi che sono arrivati in queste ore.

“Contento se usano la voce, ma senza la pretesa del like”

L’occasione era informale, quasi una battuta a fine evento, ma le parole di Zerocalcare – riportate in serata da diverse agenzie – hanno assunto immediatamente il peso di una riflessione strutturata. Da un lato, Rech ha preso le distanze da qualsiasi forma di supponenza: se una persona, proprio in virtù della sua visibilità, utilizza il proprio megafono per sostenere “cose importanti”, la risposta spontanea non può che essere la soddisfazione.

Il problema, secondo l’autore di “Strappare lungo i bordi”, sorge quando si innesca una dinamica perversa, quella della coercizione morale. Ovvero quando un artista – che magari non se la sente, che magari ha le idee confuse su Gaza come ammetteva candidamente lo stesso De Gregori – viene spinto a parlare “per forza”. E qui Zerocalcare ha aggiunto un’incisione graffiante, parlando di chi sceglie lo schieramento solo per accaparrarsi “il plauso, dei like o per zittire gli altri”.

Il verdetto è netto: una simile forzatura, conclude il fumettista, “non fa bene neanche alla causa stessa”.

Il caso Springsteen e il polverone tra Morgan ed Elisa

A rendere il clima incandescente, nelle stesse ore in cui Zerocalcare parlava a Milano, erano già arrivate le bordate di altri colleghi. Per capire il contesto, basti ricordare l’oggetto della discordia: De Gregori, commentando l’opposizione frontale di Springsteen a Donald Trump (rieletto ormai da oltre un anno e la cui presidenza non costituisce più una novità per l’opinione pubblica), aveva parlato di “imbarazzo” per quei proclami “apodittici” calati da un palco. Una posizione che il leader dei Bluvertigo, Morgan, ha letteralmente sbriciolato in un video social.

“Come può non importarti della Palestina?” ha tuonato Morgan, rivendicando la “lotta” come postura naturale dello spirito artistico e rovesciando l’accusa di indifferenza sul cantautore romano. Poco dopo, è arrivato il commento misurato ma fermo di Elisa: pur definendo De Gregori “un punto di riferimento filosofico”, la cantante ha ammesso candidamente “per una volta non sono molto d’accordo con lui”, rivendicando il diritto-dovere di non rimanere in silenzio di fronte alle ingiustizie.

La sottile linea rossa tra autenticità e spettacolo

In questo frangente, la tesi portata avanti da Zerocalcare agisce quasi come un tertium genus. Non si tratta di difendere il “silenzio” a tutti i costi né di abbracciare la crociata a favore del “microfono acceso”. Il suo intervento sposta piuttosto l’asticella sul concetto di libertà individuale dell’artista, dissociandosi sia da chi giudica “imbarazzante” ogni forma di attivismo sia da chi vorrebbe trasformare ogni palco in una tribuna politica obbligatoria.

Rech sembra suggerire che la forza espressiva di un’opera risieda proprio nella sua spontaneità; se il messaggio nasce da una pressione sociale o dal bisogno di apparire virtuosi, rischia di tradire la sua stessa natura, diventando rumore di fondo anziché sostanza. Un ragionamento, questo, che non condanna l’impegno ma ne ridisegna i confini, spostando il focus dalla quantità delle dichiarazioni alla qualità della coerenza interna di chi le produce.

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