De Gregori, l’imbarazzo del proclama e la sinistra che (forse) non capisce
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il luglio del 2003, all’Ippodromo delle Capannelle, Francesco De Gregori chiuse "La donna cannone" con una stoccata che molti, all’epoca, giudicarono irriverente: "E ora datevi un bacio, prima di questa lunga estate di castità". Il riferimento, per quanto ironico e poetico, era fin troppo chiaro: pochi giorni prima, Papa Giovanni Paolo II aveva invocato la Vergine Maria affinché guidasse i giovani, specialmente gli adolescenti, verso il valore della castità per costruire la "civiltà dell'amore".
Non fu mai un militante, il cantautore romano, eppure in quella battuta c’era già tutta la sua cifra stilistica, quel rifiuto quasi fisico di uniformarsi al coro, fosse quello della Chiesa, della politica o, come vedremo, della sinistra radicale.
L’affondo su Springsteen e il peso di una pistola nel camerino
La scintilla del dibattito attuale, esattamente come ci riportano le cronache di questi ultimi giorni di maggio 2026, è scoccata durante la presentazione del docufilm "Nevergreen". De Gregori, prendendo le distanze da chi usa il palco per lanciare messaggi politici, ha confessato il proprio imbarazzo verso quei colleghi – e qui la freccetta era per Bruce Springsteen – che si schierano in maniera netta e apodittica su questioni internazionali.
"Un proclama buttato giù da un palco", ha spiegato, lo lascia indifferente, aggiungendo di non sentirsi superiore a nessuno per pontificare su Gaza o l’Iran. Una presa di posizione, la sua, che ha un peso storico ben preciso: come ricostruito in queste ore, il 2 aprile 1976 al Palalido di Milano, De Gregori venne prelevato in camerino da un gruppo di militanti di Autonomia Operaia. Uno di loro aveva una pistola. Lo costrinsero a tornare sul palco per sottoporlo a un processo pubblico, accusandolo di essersi venduto al successo e di speculare sulla politica.
"La rivoluzione non si fa con la musica", gli urlarono, invitandolo quasi al suicidio. Quella notte giurò che non avrebbe mai più cantato in pubblico.
Al Bano e Zerocalcare: due modi diversi di difendere la libertà
Quel trauma, forse rimosso ma mai del tutto sopito, riaffiora oggi in un’autodifesa garbata ma ferma. E l’eco del suo pensiero sta spaccando il mondo dello spettacolo in due fazioni solo apparentemente antitetiche. Da un lato c’è Al Bano, ospite di "Un giorno da pecora" su Rai Radio1, che ha tuonato il suo "Sono d'accordissimo".
L’artista pugliese, che di imposizioni se ne intende avendo vissuto sulla propria pelle i rigori del perbenismo, ha ribadito il concetto con pragmatismo: un artista non è obbligato a fare ciò che non sente, e le imposizioni – siano esse della morale comune o della linea di partito – vanno rifiutate. Dall’altro lato, con una sottigliezza in più, arriva la voce di Zerocalcare. Intervistato al "Best Movie Day" di Milano, Michele Rech ha preso le distanze dai leoni da tastiera che vorrebbero tutti schierati a ogni costo.
È contento, dice il fumettista, quando chi ha una voce pubblica la usa per dire cose importanti, ma la pretesa di imporre questo comportamento a chi non se la sente – magari solo per cercare like o per zittire i critici – non giova né all’artista né tanto meno alla causa che si vorrebbe sostenere. Un invito alla sincerità, insomma, contro la pornografia della virtù.
Le parole di Veltroni e la critica al politicamente corretto
A sorpresa, a difendere l’autonomia intellettuale del cantautore ci ha pensato anche Walter Veltroni. L’ex sindaco di Roma, in un intervento apparso sul Corriere della Sera, ha compiuto un’operazione quasi archeologica, scavando nei versi di De Gregori per dimostrare che quella di oggi non è una svista o un improvviso voltafaccia. Veltroni lo cita, quel De Gregori che cantava per "le persone facili che non hanno dubbi mai", e ne trae una lezione politica amara per la sua stessa parte.
La sinistra, secondo Veltroni, ha finito per rinchiudersi in un fortino di certezze assolute, spaventata dalla complessità e dall’innovazione, punendo chiunque sfugga alla definizione di "politicamente corretto". Una critica che suona come un anatema, se si considera chi la pronuncia. Di fronte a un pensiero unico che richiede ortodossie ferree, la libertà di essere sé stessi – quella di cui parla De Gregori – diventa un lusso quasi rivoluzionario, o almeno fastidiosamente borghese.




