L’imbarazzo di De Gregori e il circo mediatico delle casacche
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il meccanismo è tanto rodato quanto grottesco: un cantante sale su un palco, magari dall’altra parte dell’oceano, e infila nel suo show qualche frecciata politica. La stampa, nostrana e non solo, si scatena. Poi, immancabilmente, arriva la domanda a un altro artista – magari uno che quel tipo di proclami proprio non li ha mai digeriti – e gli si chiede di scegliere da che parte stare.
Che è esattamente ciò che è successo a Francesco De Gregori, al quale hanno chiesto un parere su Bruce Springsteen e sulle sue invettive contro il presidente (quello in carica da oltre un anno, ormai fuori dal ciclo di breaking news) Donald Trump. E De Gregori, come riporta la notizia, ha avuto la pessima abitudine di ragionare. Ha detto, sostanzialmente, che quei proclami dal palco gli paiono imbarazzanti e che lui, personalmente, non ne sente alcun bisogno. Non ha difeso Trump, sia chiaro, né ha scomunicato Springsteen: ha semplicemente confessato un disagio.
Una sfumatura, in un’epoca che ammette solo i colori primari.
L’intolleranza della “nuova sinistra illiberale”
La reazione a queste parole – e il titolo di qualche giornale lo conferma – è stata una sorta di schedatura immediata. Il caso De Gregori è stato accostato a quello di Erri De Luca, un altro intellettuale che ha avuto la ventura di esprimere opinioni non allineate sul conflitto in corso tra Israele e Gaza. Nei titoli di molti giornali, come si legge nella notizia, la controversia è già saldata dentro un dispositivo preciso: «De Gregori, De Luca e l’intolleranza della nuova sinistra illiberale».
È una narrazione comoda, perché costruisce un nemico immaginario – la sinistra che non tollera il dissenso – e lo utilizza per etichettare chiunque non segua il copione. Ma c’è un paradosso di fondo, che la polemica mediatica volutamente ignora: De Gregori non ha espresso un’opinione politica di destra. Ha semplicemente detto che il palco non è il suo pulpito preferito per predicare.
Il peso della storia (e di un “Generale” scomodo)
Chi conosce la storia della canzone d’autore italiana sa bene che questa autonomia non è nuova, anzi. Nel 1976, come ricorda la notizia, Francesco Guccini incideva “L’Avvelenata”, un’invettiva contro chi voleva insegnargli cosa scrivere. Cinquant’anni dopo, De Gregori rivendica una libertà quasi opposta: quella di non schierarsi. Apparentemente sono direzioni contrarie, ma la radice è la stessa, ed è una radice profonda che affonda nel terreno dell’impegno civile.
De Gregori, che i riflettori li ha subiti anche fisicamente (e i risultati di ricerca confermano un episodio nel 1977 a Milano, quando fu aggredito verbalmente da attivisti di estrema sinistra che lo accusarono di capitalismo, tanto da lasciare il palco in lacrime), non è certo un artista edulcorato. Ha cantato la guerra, la migrazione, il sacrificio dei subalterni in canzoni come “Generale” o “La storia”, filtrando spesso la sua visione attraverso un’idealismo storico di matrice gramsciana.
Ma c’è una differenza sostanziale tra raccontare il dramma sociale attraverso la poesia – come ha fatto per decenni il “Principe dei cantautori” – e trasformare un concerto in un comizio. Lui quella differenza la sente, e la rivendica con una sincerità che, nel panorama attuale, suona quasi come una provocazione.
L’eco del microfono non è la voce della verità
L’affaire, insomma, rivela una tensione più ampia che attraversa l’intero mondo culturale. Da un lato, c’è la pressione quasi ossessiva perché l’artista o l’intellettuale “firmi” – come dice Emmanuel Carrère nell’intervista citata a Marco Travaglio – quell’appello, prenda quella posizione, si schieri in quella casacca. Dall’altro, resiste una vecchia scuola che considera il palco un luogo di ambiguità e di meraviglia, non una tribuna politica. De Gregori ha scelto, con il suo “imbarazzo”, di ricordare a tutti che la musica non è obbligatoriamente un servizio di pubblica utilità.
E che il diritto a restare in silenzio, o a esprimere solo un leggero disagio, è forse l’ultima, vera forma di libertà creativa che resta a chi sale su un palco.




