Il circo mediatico del Cavaliere e quella guerra senza regole per un virgolettato
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Redazione Interno
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La scena, per chi l’avesse rimossa, è consegnata alla sera del 10 gennaio 2013: nello studio di “Servizio Pubblico”, Silvio Berlusconi si siede sulla poltrona di Michele Santoro, ma prima di parlare estrae un fazzoletto e pulisce meticolosamente la sedia dove pochi istanti prima era stato seduto Marco Travaglio, che il patron di Forza Italia apostrofò come “diffamatore professionista”.
Quell’immagine, cristallizzata in un gesto teatrale che mescolava sfida e disprezzo, rappresenta forse la sintesi più perfetta di un’epoca: quella di un leader politico capace di trasformare ogni intervista, ogni battibecco o silenzio stampa in un evento nazionale, dettando i tempi dell’informazione come un direttore d’orchestra che suona però uno strumento avvelenato.
Ora che la polvere si è depositata, un’inchiesta firmata da Marco Galluzzo (il volume “Berlusconi confidential”, edito da Rubbettino) prova a riannodare i fili di quel decennio (dal 2001 al 2011) in cui il confine tra la cronaca politica e l’assedio psicologico si fece labile, rivelando i meccanismi perversi di un sistema in cui la preda – il Cavaliere – era spesso più affamata dei cacciatori.
L’assedio quotidiano e la dipendenza dal “virgolettato”
Erano gli anni di Palazzo Grazioli, di Villa Certosa e delle trasferte internazionali; un gruppo ristretto di cronisti, quelli che l’autore definisce i “venti giornalisti e una preda”, viveva in una sorta di simbiosi operativa con il presidente del Consiglio. Si parla di vere e proprie “guardie” notturne sotto il portone di via del Plebiscito, di sedie portate da casa per attendere l’alba, di squadette motorizzate che lo inseguivano tra i vicoli di Roma o le strade di Bruxelles, rischiando persino la scossa di un taser a New York pur di intercettare una battuta.
Paradossalmente, Galluzzo restituisce l’immagine di un’informazione drogata: l’imperativo categorico in ogni redazione non era comprendere la riforma economica, ma scovare il “virgolettato di Berlusconi”, anche a costo di origliare dietro le porte o di depistare i rivali. E in questo circo, il Cavaliere non era solo la vittima sacrificale del sistema giudiziario o mediatico, ma il vero “pusher” di quella dipendenza, inondando i canali di comunicazione con dieci uscite al giorno, spesso smentite l’indomani solo per vedercele tornare sopra.
L’industria del sospetto e i professionisti dell’anti-berlusconismo
Se da un lato c’era la caccia al “pezzo”, dall’altro fioriva una solida industria culturale che ha costruito fortune editoriali sulle macerie giudiziarie del Cavaliere. Non è un caso che la replica di Berlusconi a Travaglio del 2013 racchiudesse una verità scomoda: “La sua carriera, anzi la sua intera vita professionale, è legata indissolubilmente a me”.
L’analisi dei flussi economici di quegli anni rivela come interi settori dell’informazione (dalle inchieste di “Repubblica” ai monologhi satirici di Santoro o di comici come Dario Vergassola) abbiano prosperato grazie a quella contrapposizione ossessiva. Si trattava di una sorta di “antiberlusconiano S.p.A.
”, un’azienda diffusa che dava lavoro non solo a giornalisti ma a un indotto vasto: opinionisti a gettone, sociologi improvvisati, attori e persino escort pentite, tutti incastrati in un meccanismo in cui il polso della notizia batteva esclusivamente all’unisono delle vicende processuali del leader di Forza Italia. Nel mirino finivano non solo le leggi contestate ma anche i gusti privati: persino un appello al consumo, ironizzato da Beppe Grillo come metodo per gonfiare le inserzioni pubblicitarie di Mediaset, diventava terreno di scontro ideologico.
Complici e nemici: il doppio gioco della prossimità
Ciò che rende il racconto di Galluzzo così vivido è la scoperta della contiguità morbosa che legava il premier ai suoi inseguitori; alcuni di loro, racconta il volume, furono invitati ai festeggiamenti per i cinquant’anni, altri ricevettero confidenze che valicavano ogni limite professionale.
In quella bolla, il potere diventava un gioco di specchi: Berlusconi saliva in auto e faceva accomodare il cronista, oppure – come rivelano alcuni passaggi estratti dal libro – si vantava dei propri trascorsi sentimentali davanti agli amici del figlio Luigi, che per imbarazzo fu costretto a zittirlo con un secco “Papà, basta!”.
Eppure, a distanza di anni, l’eredità più pesante resta quella gettata sulle spalle dell’informazione stessa: interi pool di “iene dattilografe” – riprendendo una vecchia definizione di Togliatti – si dimostrarono all’altezza della situazione solo quando abbassavano lo sguardo sul buco della serratura, mentre la politica sostantiva veniva sacrificata sull’altare dell’audience. La Francia di Nicolas Sarkozy, gli Stati Uniti di George W.
Bush e perfino l’incontro con il re saudita sullo sfondo delle “mogli arabe” diventavano scenari in cui il racconto del Cavaliere offuscava la realtà dei fatti. Marco Galluzzo non concede assoluzioni né condanne morali, ma si limita a consegnare ai lettori un campionario di follie: è tutto folle, ma è successo davvero, e soprattutto ha cambiato per sempre il modo in cui la politica viene consumata.




